IL CANALE VILLORESI

Canale Villoresi

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale c’era chi, per racimolare un paio di barrette di cioccolato o un pacchetto di sigarette, scommetteva coi soldati americani che avrebbe fatto una cosa molto pericolosa, quasi mortale: attraversare a nuoto le bocche del canale Villoresi, vale a dire percorrere in apnea un tunnel lungo una decina di metri sotto il livello stradale dove molto spesso si incastravano tronchi d’albero, carcasse di animali o vecchi pneumatici. Insomma, una cosa per gente tosta, perché per per tuffarsi nelle acque gelide del Villoresi, farsi largo fra rifiuti di ogni tipo in un buco buio che fa paura solo a guardarlo e sbucare dall’altro lato ce ne vuole veramente tanto di coraggio.

D’altro canto la storia del canale Villoresi, a partire da quella del suo inventore, l’ingegnere Eugenio Villoresi, è proprio così: una storia di coraggio che scaturisce nell’Ottocento dalla necessità di irrigare migliaia di ettari di campi del Nord Milano per arrivare diritto a Expo 2015, passando per la trasformazione delle sue sponde in uno dei percorsi ciclabili più belli della Lombardia.
Iniziamo con un qualche numero. Il canale Villoresi è lungo 86 chilometri e attraversa oltre 20 comuni. Nasce a Somma Lombardo dove prende l’acqua dal Ticino, e sfocia a Cassano D’Adda, nell’omonimo fiume. I siti specializzati dicono che è una delle opere d’ingegneria idraulica più imponenti della Lombardia e che è il secondo canale più lungo d’Italia dopo quello Emiliano-Romagnolo. Eugenio Villoresi, ingegnere monzese classe 1810, scriveva così nei suoi appunti intorno al 1870: “Non mi darò pace fino a quando non avrò eliminato questo paradosso: una troppo cospicua parte della Lombardia, la regione italiana più ricca di acque, è afflitta dal flagello delle arsure deleterie”.

Canale Villoresi
Il canale Villoresi è lungo 86 chilometri e attraversa oltre 20 comuni. Nasce a Somma Lombardo dove prende l’acqua dal Ticino, e sfocia a Cassano D’Adda, nell’omonimo fiume.

Come abbiamo già raccontato nella storia del mobile brianzolo, i terreni a Nord Milano non erano così ricchi d’acqua come quelli a Sud. I campi andavano bene per coltivare al massimo bachi e gelsi, non certo frumento e cerali, e Villoresi, che aveva ereditato dal padre direttore dei giardini della Villa Reale la passione per la natura, pensò di risolvere il problema costruendo un grande canale che tagliasse in due oltre 85 mila ettari di terreni. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi e, infatti, per far partire il progetto Villoresi dovette superare diversi ostacoli: tecnici, burocratici e, soprattutto, economici. Insomma, gli ci volle un bel po’ di coraggio, anche perché dovette praticamente impiegare tutto il suo patrimonio personale, lasciando poco o nulla agli eredi.
La sua idea originaria, poi, era ancora più spericolata. Voleva fare un canale navigabile, sul modello del Canal du Midì nel Sud della Francia, ma si scontrò con l’ostilità di alcuni proprietari terrieri che non vedevano di buon occhio l’idea e dovette ridimensionarlo. Alla fine però ce la fece, anche se non ebbe la fortuna di vedere realizzata la sua visione. Villoresi morì il 12 novembre del 1879, un anno prima che iniziassero i lavori di costruzione conclusi poi nel 1890. A Milano, in piazza Leonardo Da Vinci, proprio di fronte alla facoltà d’Ingegneria del Politecnico, c’è una sua statua. Ha il capo chino, le mani dietro la schiena e l’aria pensierosa, ma guardandolo più da vicino sembra che sorrida. E ne avrebbe motivo perché il canale Villoresi, a suo modo, ha finito per scrivere alcune pagine di storia del territorio che vanno ben al di là della semplice opera ingegneristica.
Negli anni Cinquanta, dopo le scommesse mortali che quei ragazzi terribili facevano coi soldati americani, il canale divenne per molta gente “il mare dei poveri”. Chi non poteva permettersi di andare in piscina e tanto meno al mare, trasformò le sue sponde in spiagge. Biciclette abbandonate ai piedi dell’alzaia, salviette stese sull’erba legato attorno al collo e costumi ascellari. Poco distante, magari appesa a un ramo, una radio che manda le hit del momento come “Una lacrima sul viso” di Bobby Solo o “Abbronzatissima” di Edoardo Vianello. Tuffi per sfida con gli amici o per conquistare il cuore di una ragazza. In tanti si lasciavano sedurre da quell’acqua all’apparenza calma, che nei giorni di sole estivo diventava quasi trasparente, promessa di ristoro al caldo soffocante dell’estate in città. Una volta immersi però ci si rende conto che la calma è solo superficiale. Sotto il pelo dell’acqua la corrente è come una piovra. L’acqua poi non è fresca, ma gelida. Non ci sono punti per aggrapparsi. Le pareti sono verticali, di cemento liscio. Nessuna possibilità di appiglio. Poi ci sono le “tombe”, i punti i cui il canale si abbassa sotto il livello stradale. Sono tratti fatali perché il letto sprofonda improvvisamente e per uscire da quei gorghi servono nervi saldi e muscoli robusti.

Canale Villoresi
Il Canale Villoresi è stato spesso teatro di drammatici eventi di cronaca nera.

Una lotta dove chi non si arrende mai è il canale. Che suo malgrado ha finito per scrivere anche pagine di cronaca nera: morti annegati per un malore o per un piede messo in fallo, ma anche tanti, tantissimi suicidi e omicidi. A Garbagnate Milanese, chi ha qualche primavera alle spalle, ricorderà che il tratto dove il canale passa sotto le Ferrovie Nord veniva chiamato “le bocche della morte”. D’altro canto, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, proprio lì furono ripescati oltre 30 cadaveri incastrati nella grata sotto il ponte. Ancora adesso, lungo la pista ciclabile che copre quasi tutto il percorso del canale capita sovente di imbattersi in piccole lapidi dove vengono deposti fiori freschi. E ne servirebbe una anche a Masate, per ricordare la morte di Dominic, un bimbo di soli sette giorni trovato morto nell’estate del 1999 impigliato sotto un ponte. Dominic era figlio di François, un giovane francese figlio di immigrati italiani in Alta Savoia, e Ayla, una ragazza turca alta e slanciata. Ma François era già sposato e per sfuggire alle rispettive famiglie che non volevano saperne di quella relazione clandestina, la coppia fuggì a Nova Milanese. Dominic nacque così nell’ospedale brianzolo e al rientro François disse alla compagna che doveva andar via per qualche giorno. Le raccomandò di chiudersi bene in casa col neonato, ma nella notte tra martedì 27 e mercoledì 28 luglio qualcuno entrò nell’abitazione, rapì il bimbo e lo buttò nel canale Villoresi. Sette giorni dopo fu ritrovato 20 chilometri più giù, sotto quel ponticello a Masate dove adesso non c’è nessuna lapide. La sua morte è sempre rimasta un mistero. Una delle storie più oscure nate lungo il canale, una delle tante che vale per tutte le altre e che negli anni hanno contribuito a creare attorno al canale un clima leggendario, che mescola storie di morte e di coraggio, di nostalgia e di dolore.

Canale Villoresi
Il Canale Villoresi è stato protagonista di Expo 2015.

Ma, fortunatamente, anche di vita e di tutela del paesaggio. Lungo il suo percorso, dal quale si diramano circa 1400 chilometri di canali e rogge sono stati creati due parchi sovraccomunali con l’obiettivo di proteggere flora, fauna e attività agricole dalle speculazioni edilizie, le sponde sono state trasformate in piste ciclopedonali fra la natura e i “salti” che compie sono stati utilizzati per produrre energia elettrica. Ma soprattutto il canale Villoresi è stato uno dei protagonisti assoluti di Expo 2015. A distanza di oltre 100 anni, il progetto per il quale quell’ingegnere monzese tanto ostinato quanto visionario investì tutto il suo patrimonio è tornato all’improvviso d’attualità. “Nutrire il pianeta” è stato il tema centrale dell’esposizione universale e non c’è niente di più importante dell’acqua per raggiungere lo scopo. Quell’acqua che Villoresi seppe incanalare e convogliare verso un territorio povero per trasformarlo in un territorio ricco. Una sfida leggendaria che nel giro di poco tempo produsse frutti insperati: nel 1918, dopo trent’anni di irrigazione dal canale, la produzione di frumento a Nord di Milano era cresciuta del 40% e quella di foraggio era quasi raddoppiata. Le previsioni del Villoresi si erano dimostrate giuste, ma non fece i conti con la cementificazione selvaggia del Dopoguerra.

Canale Villoresi
Il Canale Villoresi: il mare della Lombardia.

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