IL COLLEGIO DI PORLEZZA

Collegio Porlezza

Fucina di pensatori cattolici a cavallo fra 800 e 900, presidio della X Mas durate la Seconda Guerra Mondiale e laboratorio per orribili esperimenti su cavie umane. Sono questi alcuni degli ingredienti che fanno del Collegio Arcivescovile di Porlezza uno dei luoghi più affascinanti e carichi di suggestioni di tutto il lago di Como.

L’edificio, arroccato su di un promontorio che domina tutta la valle, è situato lungo la statale 340, proprio all’ingresso della cittadina, dove la Provincia di Como oramai si confonde con la Svizzera. Da oltre 30 anni è abbandonato se stesso e in questo lasso di tempo non sono certo mancati i piani di recupero per trasformare quei 40 mila metri cubi in appartamenti, negozi e servizi per turisti. Tuttavia, l’unica cosa che è decollata non sono stati gli interventi di riqualificazione, ma il degrado. Lento, ma inesorabile, anno dopo anno, con la complicità di innumerevoli radi vandalici e incursioni di predoni, ha trasformato una delle scuole d’eccellenza del mondo cattolico lombardo, in un maniero dal profilo spettrale.
Il collegio, così come lo si vede ora, è frutto di interventi successivi. Il nucleo originario era un convento realizzato nel 1582 su di un promontorio che domina la zona, sotto il quale i religiosi allestirono una grotta ispirata a quella di Lourdes. Il collegio, invece, arrivò tre secoli dopo per volere del Cardinal Ferrari. Sotto la sua guida, i collegi arcivescovili lombardi passarono da tre a dieci con lo scopo finale di formare un’élite cattolica culturalmente e professionalmente preparata, sensibile alle necessità della diocesi milanese.

Collegio Porlezza Arcivescovile
Scopo del Collegio di Porlezza era formare un’élite cattolica culturalmente e professionalmente preparata, sensibile alle necessità della diocesi milanese.

E infatti, nel giro di pochi anni, divenne una scuola di qualità, immersa nel verde di un vasto parco e dotata di una splendida vista sul lago. E proprio qui, su questa sua antica vocazione scolastica, si è innestata la prima leggenda nera. Come spesso accade ai luoghi abbandonati delle località turistiche come Porlezza, se sufficientemente sinistri e paurosi, i ragazzi in vacanza riusano come abitazione per inventare storie del terrore. Così, vacanza dopo vacanza, il Collegio fucina di pensatori cattolici, è diventato un luogo dove venivano mandati i ragazzi particolarmente irrequieti e dove i più ribelli venivano persino utilizzati per effettuare degli esperimenti chirurgici. Di più: la figlia della direttrice, dopo avere scoperto cosa accadeva, si sarebbe suicidata buttandosi dal quattro o quinto piano del palazzo. E da quel momento, in certi notti le anime dei bambini e della ragazza suicida si vagherebbero nei corridoi disabitati dell’edificio.

Siccome poi in ogni leggenda nera che si rispetti il maligno non può mancare, c’è anche chi dice che su uno dei muri del convento, osservandolo dalla giusta distanza, sarebbe possibile vedere un volto demoniaco tracciato dalle crepe e dalla fessure della parete. Tuttavia, il Collegio di Porlezza è stato realmente al centro di un fatto storico della Seconda Guerra Mondiale che vide come protagonista Osvaldo Valenti, attore di successo durante il fascismo, volontario della X Mas, portato sul grande schermo da Luca Zingaretti nel bel film Sangue Pazzo. Il Collegio, in virtù della posizione sopraelevata e al tempo stesso vicina alla Svizzera, non passò inosservata ai militari della Decima, un corpo militare indipendente, ufficialmente parte della Marina Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana e agli ordini di Junio Valerio Borghese, conosciuto anche come il “principe nero” (nero per la sua fede fascista, non per le leggende sataniche).

Collegio Porlezza Abbandonato
Il Collegio di Porlezza in un’immagine storica.

Dopo il 1943, una compagnia del battaglione Vega lo occupò. Ai partigiani del lago di Como però la cosa non piacque e il 28 settembre del 1944 sferrarono un attacco. L’assalto fu guidato dal capitano Ugo Ricci, comandante del distaccamento “Sozzi” della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” in Val d’Intelvi, e da Vittorio Cattaneo, detto “Mucet”, capo partigiano di Porlezza. I partigiani riuscirono a rubare le armi dei fascisti, ma per evitare che questi si vendicassero e lavassero la vergogna col sangue delle famiglie del paese furono costretti a trattare. A risolvere la questione ci pensò Valenti, alloggiato in quei giorni a Lanzo d’Intelvi per organizzare un traffico di contrabbando con la Svizzera e finanziare col ricavato la Decima. Valenti, che di lì a poco sarebbe stato catturato e fucilato a Milano, era amico del Ricci e grazie a questa conoscenza riuscì a trattare la restituzione delle armi e a evitare un bagno si sangue.

Finita la guerra, il collegio di Porlezza fu ampliato, ma nel giro di pochi decenni il proliferare delle scuole pubbliche fece crollare le iscrizioni e in breve arrivò la chiusura. Le vecchie aule, il refettorio, le cucine e i laboratori sono in stato di totale abbandono. Il tetto, visibile anche da lontano nonostante la fitta boscaglia circostante, è parzialmente crollato e al degrado e ai detriti si sono aggiunti i saccheggi. I residenti della zona, che negli anni sono diventati i guardiani della memoria di questo complesso, raccontano di veri e propri saccheggi. In casa custodiscono gelosamente vecchie foto ingiallite dei tempi della guerra, cartoline postali originali che gli studenti inviavano ai genitori e persino un opuscolo celebrativo degli anni Venti, stampato in occasione del venticinquesimo dalla fondazione. “Hanno portato via tutto: pavimenti in cotto, stufe in maiolica, piastrelle e persino le inferiate e i corrimano”. I ladri però non sono riusciti a prendere la statua della Madonna sull’altare dell’antica chiesa: gli abitanti li hanno anticipati facendola mettere al sicuro.

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