LA DARSENA

Darsena Milano

La Darsena è il cuore liquido di Milano: è una frase che si sente dire spesso in giro. E, in effetti, è proprio così: la storia di Milano, la sua anima e il suo cuore sono strettamente legati all’acqua. Nonostante sia parecchio lontana dal mare e non sia nemmeno in riva a un lago e tanto meno a un fiume, Milano è una città d’acqua perché è nata lungo la “linea delle sorgive”, in un punto in cui sembra che tutte le acque confluite a valle dalle Alpi si siano date appuntamento per creare una miriade di fiumi, torrenti e laghetti. Milano è veramente una città d’acqua, anche se sarebbe più corretto dire che lo è stata, e la Darsena è uno degli ultimi simboli rimasti di un luogo che non c’è più. Un luogo oramai lontano anni, secoli, dove lungo le vecchie mura spagnole non si srotolavano strade intasate da auto, moto e camion, ma canali solcati da chiatte e barche. Oggi, dopo un lungo periodo di oblio e degrado, la Darsena, il cuore liquido di Milano, è stata rimessa a nuovo ed è diventata uno dei punti di riferimento della movida milanese. Di più: un polo d’attrazione per migliaia di turisti e, in occasione dell’ultimo Gran Premio di Monza, anche un circuito cittadino per le auto della Formula Uno. Dove una volta attraccavano placidi barconi carichi per lo più di materiali edili, oggi rombano e sgasano Ferrari, Mercedes e Toro Rosso. La mutazione è tanto netta da assumere quasi i contorni di una metafora. Tempo che si misura in chilometri orari. Milano che va sempre più veloce. Ma quella di circuito della F1 non è che l’ultima delle molte vite vissute dalla Darsena di Milano, che nel tempo è stata anche molte altre cose diverse, magari non sempre belle, ma che meritano comunque di essere raccontate per evitare che la loro memoria si perda fra le mille luci degli aperitivi, delle cene e dei mega eventi.

Darsena Milano
La Darsena è uno degli ultimi simboli rimasti di una Milano “acquatica” che non esiste più.

Piazza XXIV Maggio è il punto di partenza del nostro racconto. Proprio lì, dove oggi il traffico fa diventare matti, una volta c’era un lago. Oddio, forse chiamarlo lago è un po’ troppo. Diciamo un laghetto, che i milanesi avevano dedicato a Sant’Eustorgio poiché compreso fra l’omonima basilica e, appunto, piazza XXVI Maggio. Milano era una città d’acqua, abbiamo detto, e infatti quel lago non era l’unico. In città ce ne erano altri due: uno nella zona di Brera, chiamato laghetto di San Marco, l’altro nella zona dell’Università Statale, ribattezzato laghetto di Santo Stefano. Poi, in via Larga, c’era anche una banchina portuale, dove potevano attraccare le barche che percorrevano il Seveso. Il laghetto di Santo Stefano era senza dubbio il più famoso. Era infatti lì che attraccavano i barconi carichi del marmo di Candoglia utilizzato per la costruzione del Duomo. Sui teli che li coprivano c’era la scritta “AUF”, ovvero Ad Usum Fabricae, vale dire la Veneranda Fabbrica del Duomo. Grazie a quella sigla, i materiali non pagavano dazi e nel tempo, in dialetto milanese, “auf”, e poi “a ufo”, sono diventati sinonimo di gratuito, di qualcosa che si ottiene senza pagare. Se il laghetto di Santo Stefano era il più famoso, quello di Sant’Eustorgio tuttavia è il più antico. La sua fondazione risale al 1177, dopo che Milano fu distrutta dal Barbarossa, quando per velocizzare il trasporto delle merci e per migliorare la qualità della vita si pensò di portare l’acqua in città attraverso un canale che poi diventerà il Naviglio Grande.

Darsena Milano
Il recente evento di Formula Uno in Darsena. Gran premio d’Italia 2018.

Il primo cambio di pelle arriva all’inizio del 1600, sotto la dominazione spagnola. Il ruolo commerciale del laghetto, consolidato negli anni, aveva convinto il governatore spagnolo Pedro Enrique del Acevedo, conte di Fuentes, a dare via libera nel 1603 ai lavori di trasformazione dello specchio d’acqua in una vera e propria Darsena. Un porto, insomma, che riceveva acqua dal Naviglio Grande, dall’Olona e dal Naviglio Valone, mentre le cedeva al Naviglio Pavese e alla Vettabbia, o Naviglio Vettabbia, un canale agricolo navigabile che nasce nel sottosuolo della città all’incrocio tra via Santa Croce e via Vettabbia dall’unione del canale Molino delle Armi, del canale della Vetra (che dà il nome alla piazza) e del Fugone del Magistrato e che sfocia poi nel cavo Redefossi a San Giuliano Milanese. Se vi è venuto un leggero mal di testa non fateci caso. È l’ennesima prova che il sottosuolo di Milano è attraversato da un intricato reticolo di canali, fiumi e fiumiciattoli e che il suo cuore è veramente liquido. Battute a parte, è proprio in questo momento che la Darsena diventa la Darsena così come la conosciamo oggi, uno specchio d’acqua di quasi 20 mila metri quadrati, profondo un metro e mezzo circa, destinato a trasformarsi negli anni nel terzo porto d’Italia e nel sesto in Europa per quanto riguarda il tonnellaggio delle merci ricevute. La sua realizzazione cambiò volto alla zona Sud di Milano nel giro di poco tempo. La sua presenza diede impulso commerciale a tutta l’area con posti di lavoro, negozi, mercati e, ovviamente, anche con un po’ di criminalità. Si può affermare con una certa sicurezza che la figura romantica dello “sfrosatore”, vale a dire del contrabbandiere che cercava di portare in città merci senza pagare il dazio, nasca proprio in riva alla Darsena.

La vocazione di Milano come città d’acqua inizia a tramontare con l’avvento del Fascismo. Il piccone risanatore di Mussolini, che come abbiamo già visto nella puntata dedicata a piazza San Babila, sconvolgerà l’urbanistica meneghina, darà anche via libera alla copertura della cerchia dei Navigli, diventati negli anni un serissimo problema di igiene pubblica, oltre che fonte di miasmi insopportabili, paradiso di pantegane grandi come gatti, approdo di aspiranti suicidi e rischio mortale per gli ubriachi. Non fu però durante il Ventennio che la Darsena smise di essere definitivamente un porto. A farle dismettere quei panni démodé ci penseranno il consumismo, l’avvento del trasporto su gomma e lo sviluppo della rete stradale. Una combinazione di tre fattori che porteranno alla sua definitiva chiusura il 30 marzo del 1979, quando alle ore 14 in punto entrò l’ultimo barcone carico di sabbia. Erano 120 tonnellate, l’equivalente di 20 autocarri, che dal primo aprile (manco a farlo apposta) andranno a intasare strade e tangenziali.

Darsena Milano
La vocazione di Milano come città d’acqua inizia a tramontare con l’avvento del Fascismo.

Da quel momento, sulla Darsena inizierà a calare un lento ma inesorabile oblio che costringerà il vecchio porto di Milano a intrecciare la sua gloriosa storia antica di secoli con degrado e abbandono. Con l’arrivo degli anni Ottanta e della Milano da bere, la Darsena verrà riciclata come parcheggio di auto. Un grande e disordinato posteggio a servizio dei locali notturni dei due Navigli. La mancanza di attenzione da parte del Comune, fece si che le sponde e gli spazi attorno scivolassero lentamente nel degrado totale. La Darsena divenne così una specie di discarica a cielo aperto. A ogni asciutta dal fondo venivano ripescate tonnellate di rifiuti e gli angoli più nascosti divennero meta preferita dei tossici. Sembrava una discesa senza freni, tanto che a fine anni Ottanta, così come accade a tutte le cose abbandonate a se stesse, la natura ebbe il sopravvento. Un po’ alla volta la Darsena, dopo essere stata porto, parcheggio abusivo e discarica frequentata da drogati e spacciatori, divenne un’isola faunistica, un’oasi di biodiversità dove crescevano diverse specie arboree (olmi, cippi, platani), altrettante specie erbacee (artemisia e menta) e varie specie di uccelli, dalla cannaiola alla gallinella, passando anche per qualche rapace come il gheppio, o persino aironi cinerini. L’ultimo capitolo della sua storia è legato alle operazioni di riqualificazione nell’ambito di Expo. Un intervento di “rimise en forme” che ha ridato dignità a uno dei luoghi simbolo della città, che non farà di certo tornare la Darsena a essere quel porto fiore all’occhiello di una città lontana da qualsiasi mare, ma che almeno eviterà di vederla affondare nell’incuria.

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