LA DIGA DEL GLENO

Diga del Gleno

Tutto inizia alle 7,15 del 1 dicembre 1923. Il guardiano della diga del Gleno, in Provincia di Bergamo, esce dalla sua baracca di legno per il solito giro di controllo. Sulle Alpi bergamasche piove ininterrottamente da ottobre e da qualche ora ha anche iniziato a nevicare. La diga è nuova di pacca. Il lavori di costruzione sono finiti solo da tre mesi. Ma l’invaso a causa della pioggia incessante e al massimo della sua capienza. Meglio stare attenti. La costruzione della diga del Gleno rientrava in un piano strategico varato dal governo anni prima per venire incontro alla crescente domanda interna di energia elettrica.

La Prima Guerra Mondiale era finita da cinque anni e l’industria nazionale aveva ripreso a marciare spedita per stare al passo con le altre potenze europee. Tuttavia l’Italia era, ed è, un paese povero di combustibili fossili. Bisognava trovare qualche fonte alternativa e la salita al potere di Mussolini avvenuta poco più di un anno primo con la Marcia su Roma aveva impresso un’accelerazione nella ricerca dei luoghi più adatti dove realizzare invasi in grado di garantire un costante approvvigionamento di energia.
Eccola lì, dunque, la diga del Gleno, unico esempio al mondo di diga mista, la parte bassa “a gravità”, quella alta e “ad archi multipli”, maestosa opera di ingegneria costruita sopra la Val di Scalve, destinata a sostenere la produzione delle acciaierie bresciane. Duecentosessanta metri di lunghezza, quasi cento di altezza, un vero e proprio gigante pensato per imbrigliare i torrenti Povo e Nembo e creare così un bacino da sei milioni di metri cubi d’acqua. Tuttavia, nonostante i lavori di realizzazione fossero finiti solo da tre mesi, la diga aveva già qualche problema. Così, alle 7,15 di quella mattina di metà autunno il guardiano esce a fare la solita perlustrazione. Appena uscito dalla baracca, butta un’occhiata alla cima imbiancata della Presolana e si fa coraggio. Fra gli abitanti della valle gira da tempo la voce che la diga non sia stata costruita molto bene. In molti hanno lavorato nel cantiere e sanno che sono stati utilizzati materiali sbagliati, sanno che per risparmiare è stata usate calce al posto del cemento e sanno anche che il progetto è stato cambiato senza autorizzazione durante i lavori: la parte di diga realizzata “ad archi” è stata innalzata sulla parte realizzata “a gravità” e proprio lì, nel punto di contatto fra le due diverse costruzioni, le infiltrazioni d’acqua sono sono copiose, così copiose da essere addirittura recuperate più a valle per la produzione notturna di energia.
Serpeggia una certa preoccupazione fra gli abitanti della valle. Chi può va a dormire da un’altra parte da parenti o amici. Chi invece non ha alternative, dorme nel solito letto e cerca di trattenere la preoccupazione. D’altro canto, come si fa a immaginare una cosa così terribile come quella che sta per accadere. Siamo nel 1923. Tragedie come quella Vajont non sono ancora accadute e molti pensano che, tutto sommato, non sia poi così un gran male se la diga ha qualche problema. Se avrà bisogno di riparazioni, pensano in tanti, vuol dire che ci sarà ancora lavoro per molti. Invece, quella cosa così terribile che nessuno può immaginare sta per accadere sul serio.

Diga del Gleno
La costruzione della diga del Gleno rientrava in un piano strategico varato dal governo anni prima per venire incontro alla crescente domanda interna di energia elettrica.

Sono le 7,15 del 1 dicembre 1923 e, arrivato a metà del suo giro di controllo, il guardiano si ferma di colpo. La diga ha avuto come un fremito. Il guardiano guarda in alto e vede un grosso macigno staccarsi della sommità e precipitare nel buio sottostante. Nota una grossa riga nera che taglia in due la parete della diga. Ha già capito di cosa si tratta, ma vuole essere sicuro. Così accende un cerino per vedere meglio e sì, si tratta proprio di una grossa crepa. La diga sta collassando. E’ una questione di istanti. Il guardiano inizia a correre e mentre scappa per dare l’allarme la crepa si trasforma in uno squarcio sempre più grande. È una questione di attimi. Il custode fa appena in tempo a mettersi in salvo su di un macigno che tutto il fianco sinistro della diga crolla su se stesso liberando sei milioni di metri cubi d’acqua. Giù a valle la prima cosa che sentono gli abitanti dei borghi è un vento umido e fetido che strappa i vestiti di dosso. Poi, arriva l’acqua. Uno tsunami a 1500 metri d’altezza che spazza via tutto quello che trova sul suo cammino. Case, cascine, stalle, chiese, ponti, persone e animali. L’onda travolge anche le centrali elettriche. Scoppiano incendi. Il primo paese a essere investito è Bueggio, poi tocca a Dezzo. La val di Sclave deve il suo nome agli antichi Camuni e Scalve vuol dire “fessura”. L’acqua, compressa fra le pareti rocciose, acquista sempre più velocità e quando supera la gola della via Mala investe Angolo con la forza di un siluro che poi va a sbattere contro il fianco della montagna alle spalle di Darfo e infine termina la sua corsa nel lago d’Iseo. Il tutto dura 45 minuti e alla fine verranno recuperati 356 cadaveri, ma i morti sono di più. Molti più. Circa 500.

Diga del Gleno
L’incidente alla Diga del Gleno sui giornali dell’epoca.

La gara di solidarietà scattò immediatamente. Da tutta Italia arrivarono aiuti e soccorsi. Il giorno dopo giunse sul posto re Vittorio Emanuele III seguito a distanza di poche ore dal Procuratore della corona e poi anche da Gabriele D’Annunzio. Le vicende giudiziarie che seguirono furono scandite da una sequenza di rinvii, rimpalli di responsabilità, sfilate di docenti universitari e periti. Alla fine furono condannati il titolare della ditta che aveva ottenuto la concessione e l’ingegnere autore del progetto. Condanne miti. Seguite dal silenzio. Da tragedia annunciata, quella Gleno divenne così una tragedia dimenticata. Il fascismo non poteva permettersi figuracce e quel silenzio è durato per tanti anni anche dopo la guerra. Sembra di parlare di cose di ieri o di cose che leggeremo domani, stupendoci come se fosse la prima volta. Inchieste, dossier, scandali e polemiche. Le solite cose. Solo gli abitanti della valle, anno dopo anno, hanno ricordato i loro morti e solo recentemente la storia di questa tragedia ha conquistato spazio sui giornali per le commemorazioni del novantesimo. La tragedia del Gleno ha ispirato alcuni libri, uno spettacolo teatrale, una canzone composta da un cantautore locale e diversi articoli di giornale, oltre a una puntata di Voyager. La tragedia del Gleno è infatti la prima grande tragedia italiana causata dalla superficialità con cui l’uomo si rapporta alla natura. Nel 1908 ci fu il terremoto di Messina, ma quella fu una catastrofe naturale. Qui, invece, di naturale non c’è niente e secondo noi un bel modo per tenere vivo il ricordo di quella tragedia potrebbe essere quello di andare fare un’escursione in Val di Scalve. Il paesaggio è fantastico e ciò che è rimasto in piedi della diga è ancora lì, oramai parte integrante di un panorama mozzafiato. Si sa, l’esercizio fisico consente di tenere in forma sia il corpo, sia la mente.

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