IL DISASTRO AMBIENTALE DEL LAMBRO

Disastro ambientale Lambro

Cosa facevate la notte fra il 22 e il 23 febbraio del 2010? Più o meno verso le tre di mattina? La domanda, sicuramente un po’ stramba, dovrebbe servire per focalizzare l’attenzione su di quel momento particolare. Su di quella notte e su di quei minuti durante i quali vennero aperti i rubinetti di sette cisterne della Lombarda Petroli contenenti 1600 tonnellate di gasolio e 800 di olio combustibile. Una marea nera che, dopo avere galleggiato per qualche istante nel piazzale dell’ex raffineria di Villasanta, in Provincia di Monza, colò nei condotti fognari e da lì nel fiume Lambro e infine nel Po. Cosa facevate quella notte? Che film avete guardato quella sera prima di andare a letto? Cosa avete fatto la mattina successiva? Non è che vogliamo veramente saperlo. Però scavare fra i ricordi e mettere a fuoco le ore immediatamente precedenti e successive può aiutare a fotografare col massimo della nitidezza possibile uno dei momenti più drammatici della nostra storia recente. Uno dei disastri ambientali più gravi del Dopoguerra assieme a quello che tutti ricordano come il “Disastro di Seveso”, l’incidente avvenuto nel cuore della Brianza il 10 luglio del 1976 nell’azienda chimica Icmesa di Meda, che causò la fuoriuscita di Diossina.

Disastro ambientale Lambro
Cosa facevi nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 2010? In quella notte il fiume Lambro subiva un attentato durissimo. Immagine tratta dal libro “Villasanta negli scatti di Umberto Molteni”.

Ma la storia della Lombarda Petroli non si esaurisce qua. Lo sversamento di otto anni fa è un punto dal quale partire per raccontare una storia e, se possibile, stimolare qualche riflessione. Quell’impianto che dal 2010 è stato al centro di mille polemiche ambientali non era solo un semplice deposito di petrolio e oli combustibili. Al pari di tante altre aziende è stato protagonista dell’economia Italiana per quasi un secolo, dagli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale e dei giorni immediatamente successivi, alla crisi degli anni Settanta, passando per il Miracolo economico degli anni Cinquanta. Solo che lì, nella Lombarda Petroli, a differenza di quanto accadeva in altri posti dove si svolgevano lavorazioni meno problematiche, si raffinava petrolio. Con tutto quello che ne consegue.
Lombarda Petroli è stata la prima raffineria italiana fondata nel 1939 da Aldo Tagliabue, un vero e proprio pioniere del settore. All’inizio l’approvvigionamento di greggio avveniva in modo più che avventuroso, con una batteria di camion cisterne guidati da autisti in giacca di pelle nera che faceva avanti e indietro da porto Marghera. Un mestiere pericoloso. Soprattutto dopo il 1943, quando il Nord Italia, le sue principali vie di comunicazione e i centri industriali finivano un giorno sì e l’altro pure sotto i bombardamenti. Ma la Lombarda Petroli non è stata solo la prima raffineria italiana, è stata anche una delle più importanti. Nel momento di massima espansione era arrivata ad occupare oltre 250 dipendenti su di un’area che contava la bellezza di 360 mila metri quadrati di superficie, proprietà divisa a metà col colosso francese Total. Da lì partiva la benzina che riforniva i distributori del Nord Italia e il combustibile che riscaldava le abitazioni di mezza Lombardia. Vale a dire auto private e comfort casalinghi sempre più diffusi.

Disastro ambientale Lambro
Il disastro ambientale del fiume Lambro del 2010 è uno degli attentati ambientali più drammatici del dopoguerra.

Adesso l’impianto di raffinazione non c’è più. In molti ne ricordano ancora il profilo un po’ inquietante, i tubi luccicanti che si rincorrono da un’impalcatura all’altra e la fiamma perennemente accesa in cima alla ciminiera. Dalla metà degli anni Ottanta l’impianto è stato dimesso e trasformato in deposito. Le cisterne sono ancora lì, con tutta la loro forza evocativa. L’area non è abbandonata. Un custode accompagnato da tre cani di grossa taglia tiene lontano i curiosi, ma oltre il vecchio muro di cinta si possono ancora vedere. Imponenti, pericolose e forse per questo cariche di fascino. A loro modo fanno parte della storia del territorio. Una storia fatta di paura e dolore, come quando negli anni Cinquanta scoppiò un violento incendio con fiamme che si vedevano a chilometri di distanza, ma anche di progresso e crescita civile: è proprio attorno alla Lombarda Petroli che già alla fine degli anni Settanta comincia a svilupparsi una nuova sensibilità sui temi sociali e ambientali. La cronaca di quel tempo racconta di serrati dibattiti politici e sindacali, di sicurezza sul luogo di lavoro e di occupazione.
Spulciando fra gli annali compaiono anche altre vicende completamente diverse, inaspettatamente rocambolesche, come quella di un anonimo contabile dell’azienda che una bella mattina dei primi anni Ottanta, dopo anni di onorato servizio, sparì completamente dalla circolazione con quasi due miliardi di lire in tasca. Ovviamente rubati dalla cassa. Ed è sempre sull’area della Lombarda Petroli che a partire dagli anni Novanta nasce il confronto urbanistico su uno dei primi grandi piani di recupero di un’area industriale: trasformare quegli oltre 300 mila metri quadrati in un nuovo quartiere residenziale con verde pubblico e servizi. L’operazione, tuttavia, è affogata in quella marea nera sversata nel Lambro una notte di fine febbraio di quasi dieci anni fa. Mesi di inchieste e tre gradi di giudizio hanno portato a stabilire che la decisione di aprire i rubinetti delle sette cisterne è stata presa per eliminare un po’ di greggio stoccato oltre i limiti consentiti dalla legge e quindi evitare di pagare le tasse, senza però prevedere ciò che sarebbe potuto accadere. Un disastro, dunque, ma colposo e non doloso.

Disastro ambientale fiume Lambro
Dalla Lombarda Petroli partiva la benzina che riforniva i distributori del Nord Italia e il combustibile che riscaldava le abitazioni di mezza Lombardia.

Quella della Lombarda Petroli alla fine è una storia che ne contiene molte altre. Belle e brutte. Eroiche e criminali. All’appello però ne manca una: quella della bonifica. Oramai è un mantra che viene ripetuto da quasi vent’anni senza però essere mai tradotto in pratica. Ripulire il sottosuolo dai veleni filtrati in tanti anni di raffinazione significherebbe fare il primo passo verso la riqualificazione e la trasformazione dell’area, magari mantenendo in vita una di quelle cisterne come memoria storica del territorio, come se fosse un quadro di Mario Sironi.

 

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