L’EX CARCERE DI MONZA

ex carcere monza

Il carcere è un brutto posto. Ma proprio brutto. Difficile immaginare un luogo peggiore al mondo dove vivere. Parliamo per esperienza diretta, nel senso che per motivi di lavoro ci è capitato in più di un frangente di frequentarne alcuni e l’unico consiglio che sentiamo di darvi con tutto il cuore è: statene alla larga. I tonfi sordi delle pesanti porte di metallo che si chiudono alle tue spalle, le spesse sbarre alle finestre, le celle anguste stipate di carcerati fanno paura. Sul serio. Il carcere è un posto terribile e se quelli moderni, definiti dall’ipocrita burocrazia moderna case circondariali, possono in un certo modo sembrare sopportabili, quelli antichi costruiti a cavallo di Ottocento e Novecento, no. Quelli sono un incubo a occhi aperti, ma sono anche formidabili contenitori di storie. Storie criminali, ovviamente, e storie di morte, ma anche di vita e di redenzione. Se quei muri potessero parlare, chissà cosa direbbero. Chissà quali vicende svelerebbero. Loro la verità la conoscono. Non mentono.

ex carcere di monza
L’ex carcere di Monza nel lontano 1973 ospitò Giovanni Ventura, assieme a Franco Freda ritenuto uno dei principali responsabili della strage di piazza Fontana.

Quelli del carcere di Monza, non quello nuovo, ma quello vecchio, oramai abbandonato da quasi 20 anni, conoscono per esempio la verità sulla strage di piazza Fontana. La sanno perché nel lontano 1973 ospitarono Giovanni Ventura, assieme a Franco Freda ritenuto uno dei principali responsabili della strage di piazza Fontana. Nella Primavera di quell’anno, durante un drammatico confronto col giudice Gerardo D’Ambrosio, il titolare dell’inchiesta, svoltosi nella sala interrogatori al piano terra, arrivò a un palmo dal dire tutta la verità. Oggi di quella sala resta solo uno spazio vuoto dalle pareti scrostate. Il vecchio carcere giudiziario di Monza è una delle tante ferite aperte nel cuore della città brianzola. Area abbandonata scivolata anno dopo anno nel degrado totale. L’edificio risale ai primi del Novecento ed era stato progettato per custodire i detenuti in attesa di giudizio. Le sue dimensioni sono dunque contenute. Pian terreno, primo piano e sottotetti. Pianta quadrata, due cortili, uno perimetrale e l’altro interno. L’area conta poco più di tremila metri quadrati di superficie circondati da un muro alto oltre dieci metri. Negli angoli svettano le torrette di controllo. Visto da fuori incute ancora un certo timore.

ex carcere monza
Il vecchio carcere giudiziario di Monza è una delle tante ferite aperte nel cuore della città brianzola.

Visto da dentro, invece, è decisamente inquietante. Nelle celle sono ancora visibili segni della vita carceraria: foto di donne nude appese al muro, mensole realizzate coi pacchetti di sigarette, vecchie confezioni alimentari abbandonate in terra e scritte sui muri. Poi, c’è il bagno, un antro lungo e stretto con tazza e lavandino. Ovviamente senza porta. Il vecchio carcere giudiziario di Monza era stato progettato per ospitare qualche centinaio di detenuti, ma negli anni Settanta arrivò a custodirne qualche migliaio. Un sovraffollamento senza freno che nel 1974 provocò l’esplosione di una violenta rivolta carceraria. Come quelle che si vedono nei film: materassi incendiati e uomini sui tetti. Tutto attorno, polizia e carabinieri in assetti da guerra. Ma stiamo uscendo dal seminato.

La storia che ci interessa raccontare e che al pari di quella sul cinema eros di Milano ci permette di ricordare in maniera “informale” il 50esimo della strage di piazza Fontana è quella di Giovanni Ventura, il terrorista veneto di estrema destra che sapeva troppo e che una notte della Primavera del 1973 si rifiutò di evadere perché temeva di essere fatto fuori. Lui e Freda erano i due ordinovisti di Padova inquisiti dal giudice Gerardo D’Ambrosio con l’accusa di avere messo la bomba nella banca nazionale dell’Agricoltura il 12 dicembre del 1969. Il giudice D’Ambrosio li aveva messi entrambi alle corde. La sua indagine era stata accurata e profonda. In una cassetta di sicurezza intestata a Ventura aveva trovato alcune veline riconducibili al Sid, il Servizio segreto militare. D’Ambrosio arriva al carcere di Monza di buona mattina. Scende dall’auto di servizio, oltrepassa i due cancelli d’ingresso e una volta dentro gira a destra, spedito verso la sala interrogatori. Ventura è già lì. Ceppi ai polsi, un mozzicone di sigaretta fra le dita ingiallite. Bando ai preamboli. Cosa sono quella veline? Perché sono in suo possesso? Chi gliele ha date? Cosa vogliono dire? Ventura però non parla. Tace. Muto come un pesce. Ma anche un magistrato alle prime armi capirebbe che è agitato.

vecchio carcere di monza
L’edificio risale ai primi del Novecento ed era stato progettato per custodire i detenuti in attesa di giudizio.

D’Ambrosio fiuta l’aria. Insiste con le domande. Cerca di allargare la frattura e alla fine Ventura cede. Fa un nome: Guido. A D’Ambrosio ci volle qualche settimana per capire di che Guido si trattasse. Era Guido Giannettini, giornalista esperto di strategie militari che effettivamente era al soldo degli 007 italiani. Ventura aveva paura. Poche settimane prima di quell’interrogatorio drammatico aveva anche rifiutato di evadere. Lo stesso Giannettini, attraverso i familiari, gli aveva fatto avere in cella un passepartout per aprire le porte del carcere assieme a un bomboletta di spray urticante per mettere fuori uso le guardie. A dargliele era stata una delle guardie, con un sorriso ambiguo. Ventura rimase in cella. Non sarebbe stata certo la prima volta che un detenuto veniva fatto fuori con un colpo alla schiena mentre tentava di evadere. Le sue parziali ammissioni avevano fatto scoppiare il panico negli ambienti dell’eversione nera e avevano suscitato più di una preoccupazione nei corridoi del Sid. D’Ambrosio chiese chiarimenti sull’effettiva appartenenza di Giannettini ai Servizi. Aveva capito che Ventura, preso dal panico, aveva ammesso dettagli importanti. Sentiva di essere a un passo dalla verità. Ma com’è facile immaginare, il Sid oppose il segreto e l’indagine sulla strage si arenò nuovamente.

vecchio carcere monza
Nelle celle sono ancora visibili segni della vita carceraria: foto di donne nude appese al muro, mensole realizzate coi pacchetti di sigarette, vecchie confezioni alimentari abbandonate in terra e scritte sui muri.

I muri del carcere di Monza però la verità la sanno. Loro non mentono. Ma non possono parlare. Per scoprire come sono finite le indagini sulla Strage di piazza Fontana bastano un paio di clic on line. Il materiale sul quale farsi un’idea non manca di certo. Cliccate e leggete. A noi di Storie Dimenticate basta l’idea o l’illusone di avere risvegliato la vostra curiosità e di avere puntato i riflettori su di un luogo abbandonato a se stesso. Un vecchio carcere che sta per crollare a pezzi davanti al quale ogni giorno sfrecciano centinaia di auto, moto e pedoni presi dai loro pensieri. Ignari che se quelle mura potessero parlare, potrebbero svelare la verità su una delle pagine più oscure e tragiche d’Italia.

vecchio carcere monza
Il sovraffollamento senza freno del vecchio carcere di Monza nel 1974 provocò l’esplosione di una violenta rivolta carceraria.

monza ex carcere

More from REDAZIONE

GLI UFO A MILANO

È la notte fra il 2 e il 3 gennaio del 1979....
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *