LA GOCCIA DELLA BOVISA

Goccia della Bovisa

Gli scheletri di vecchie cisterne arrugginite, magazzini vuoti dall’aspetto spettrale e capannoni abbandonati divorati dalla vegetazione. Sembra la solita descrizione di una delle tante aree abbandonate di Milano e dintorni e in effetti è proprio così. L’area ex Union des Gaz nella zona nord-occidentale della città, nota anche col nome di “Goccia della Bovisa”, è veramente un’area abbandonata, ma non è un’area abbandonata come tutte le altre. Quei 42 ettari di bosco e ruderi hanno infatti segnato una svolta decisiva per Milano e per tutta la Lombardia. Hanno segnato uno spartiacque nella vita comune delle persone e nelle loro azioni quotidiane. Anzi, in un’azione in particolare: accendere la luce appena entrati in casa.

Lì, nel 1905, l’Union des Gaz di Parigi iniziò infatti la costruzione delle nuove e imponenti officine in grado di produrre 300 mila metri cubi al giorno di gas ricavato dalla distillazione del carbon fossile, che avrebbero più che raddoppiato la disponibilità di gas in rete per l’illuminazione della città. Prima dell’arrivo della azienda transalpina l’illuminazione sia pubblica che privata, limitata a poche strade del centro e a poche case di nobili, funzionava prevalentemente ad olio. Per le strade girava una squadra apposita di operai accenditori, chiamati in dialetto i lampedée, che con la loro scala sulle spalle passavano ad accendere e spegnere un fanale dopo l’altro e ne curavano il rifornimento e la pulizia. Altro che inquinamento luminoso. A Milano, così come in tutte le altre città, quando calava il sole, faceva buio sul serio e gli agenti di polizia pattugliavano le vie attrezzati con delle torce.

Goccia Bovisa
La fabbrica del gas della Bovisa in un’immagine del 1941.

Dal 1905 in poi, tuttavia, le cose iniziarono a cambiare. Entrare in casa e accendere la luce, un gesto che oggi compiamo quotidianamente senza nemmeno rendercene conto, iniziò a diventare un poco alla volta una cosa normale. Non solo, ci si poteva anche lavare con l’acqua calda in casa e si poteva cucinare senza la stufa a carbone. L’Union des Gaz faceva arrivare la materia prima via treno e per rendere più semplici le operazioni di carico e scarico fece costruire attorno all’azienda un sistema di ferrovie a forma di goccia. Per rendersene conto, basta cliccare su Google Maps per vedere apparire sulla cartina quel vasto appezzamento verde circondato dalla strada ferrata. Il processo di distillazione avveniva in camere di materiale refrattario, alte e strette, affiancate in lunghe “batterie”. La lavorazione durava circa 30 ore, andava accuratamente sorvegliata, richiedeva l’impiego di centinaia di operai. La Milano del futuro iniziò lì e tutto attorno a quell’area dove adesso si trovano i resti delle officine del gas iniziò a svilupparsi il rione della Bovisa.

Goccia della Bovisa
Dalla “goccia della Bovisa” la luce arrivava in tutta la città di Milano.

Un quartiere operaio dove gli uomini uscivano di casa la mattina presto vestiti col “toni” e le donne andavano a fare la spesa in drogheria col fazzoletto annodato sulla testa e dove la nebbia e il fumo delle ciminiere si mescolavano ammantando strade e case. Un quartiere popolare che ha ispirato scrittori, pittori, registi e che, a suo modo, è anche campione d’Italia. Osvaldo Bagnoli, l’allenatore dello storico Verona tricolore di metà anni Ottanta è nato in Bovisa. Ha tirato i primi calci al pallone nelle stesse strade che Luchino Visconti ha scelto come set per girare alcune scene di “Rocco e i suoi fratelli” e giocava con gli amici all’ombra di quelle stesse cisterne che Sironi ha immortalato nei sui dipinti. Un quartiere proletario raccontato da Ermanno Olmi nel libro “Il Ragazzo della Bovisa” e da Giovanni Testori nel ciclo di opere “I Segreti di Milano”. Un quartiere dall’atmosfera tutta milanese, scelto anche da Duccio Tessari per la trasposizione cinematografica di “I milanesi ammazzano il Sabato”, uno dei gialli più belli e struggenti di Giorgio Scerbanenco, e da tanti altri registi per ambientare molte scene dei film polizieschi anni Settanta, quelli che poi ispireranno Quentin Tarantino per la realizzazione de “Le Iene” e “Pulp Fiction”.

Goccia della Bovisa. Fabbrica del gas
La goccia ha caratterizzato uno dei quartieri operai di Milano per antonomasia: la Bovisa.

Insomma, la Bovisa con la sua fabbrica del gas dismessa, i suoi operai e i suoi treni carichi di carbone non sarà Beverly Hills, ma a quanto pare nel suo curriculum vanta collaborazioni di altissimo profilo. E ancora oggi quel sapore di una Milano d’altri tempi esiste ancora. Il passare degli anni, le speculazioni edilizie e il cambio dei costumi non lo hanno cancellato. Al posto degli operai seduti a bere un bianchino al bar si possono vedere studenti del Politecnico aperto una decina d’anni fa su di una porzione dell’area, ma certe suggestioni, come quella evocata dagli scheletri delle vecchie cisterne, rimarranno forse per sempre. In un certo modo quell’area di 42 ettari è stato il cuore di Milano, la forma a goccia fra l’altro un po’ lo ricorda. Un cuore che ha pompato gas nelle case dei milanesi fino al 1969, anno della definitiva dismissione dell’area, poi passata di proprietà un paio di volte e infine chiusa nel 1994. Da allora i cittadini del quartiere hanno creato un comitato che si batte per ottenere la bonifica del terreno, primo passo verso la successiva trasformazione della Goccia in un grande parco urbano. Da poco il Comune ha dato il via libera e finalmente sembra essere arrivato il momento per trasformare quel vecchio cuore malato in un nuovo polmone verde.

Officine gas goccia Bovisa
In un certo modo la goccia della Bovisa ha rappresentato il cuore di Milano.

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