IL BRIGANTE GASBARRONE

Brigante Gasbarrone

È possibile mescolare insieme cose completamente diverse? Legare strettamente due elementi agli antipodi come la ricerca tecnologica e il brigantaggio. Sì, si può e succede proprio dietro l’angolo, alle porte di Milano. Infatti nella Città Metropolitana del capoluogo lombardo sorge una cittadina di circa 30 mila anime nata proprio sulla linea dei fontanili, che divide l’Alta dalla Bassa pianura Padana.

Questo posto si chiama Abbiategrasso, si trova nella zona Ovest di Milano ed è famosa, oltre che per il castello, le chiese, le basiliche e i palazzi, per il suo stemma. Pare infatti che esistesse già dal 1400 e che fra gli storici e addetti al mestiere goda di una certa fama. Ma non siamo qua per fare uno spot pubblicitario di Abbiategrasso bensì per parlare di come sia possibile mischiare innovazione e scorrerie. Forse tutti non sanno, ma molti lo sanno perché è una cosa abbastanza nota, che Abbiategrasso è la patria del televisore italiano.

Il brigante Gasbarrone

Proprio qui, nell’immediato Secondo Dopoguerra, Carlo Vichi fondò la Var (che non ha nulla a che vedere con la “moviola” in campo delle partite di calcio) che nel giro di pochi anni prese il nome di Mivar, vale a dire Milano Vichi Apparecchi Radiofonici. Mivar, appunto, rigorosamente scritto in corsivo. L’azienda si trasferì da Milano ad Abbiategrasso, in via Dante, e nel momento di massima espansione arrivò a contare circa 1.000 dipendenti. L’azienda, creata dal niente da Vichi, è stata una delle più importanti, e a tratti l’unica, produttrice di televisori italiani. Il massimo successo lo ottenne alla fine degli anni ’90 quando arrivò a detenere circa il 30% del mercato nazionale. Poi, con l’arrivo dei televisori piatti iniziò la crisi. Irreversibile e fatale. Ma tutte queste cose già le sappiamo. Sono informazioni in un certo qual modo scontate, risapute, se non addirittura trite. Inoltre, ci domandiamo cosa c’entrino i televisori prodotti da Mivar con il brigantaggio.

C’entrano eccome perché ad Abbiategrasso finì i suoi giorni uno dei più famosi briganti italiani. Il suo nome, che dovrebbe far tremare le ginocchia al solo sentirlo, è Antonio Gasbarrone, che nacque sì a Sonnino nell’inverno del 1793, proprio mentre la Rivoluzione francese stava entrando nella fase del Terrore, ma morì ad Abbiategrasso, patria del televisore italiano, il 1 aprile del 1882. Dove? Beh, è presto detto: nella Pia Casa degli Incurabili, oggi come oggi trasformato in un moderno ed efficiente istituto geriatrico dedicato a Camillo Golgi, scienziato, medico e accademico italiano. Gasbarrone vide la luce sul confine fra Stato pontificio e Regno delle due Sicilie. Il suo raggio di azione erano le montagne a Sud del Lazio e in parte quelle di Molise e Abruzzo. Gasbarrone divenne brigante molto presto. Quando non aveva ancora vent’anni fece fuori il padre di colei che aveva chiesto in sposa e che aveva avuto l’ardire di rifiutarlo poiché fratello di un altro brigante, vale a dire Gennaro, suo fratello maggiore. Nel 1822 compì l’azione che lo rese famoso e che trasformò la sua furbizia in proverbiale.

Brigante Gasbarrone

Rapì infatti un colonnello austriaco, tale Francesco Gutenhofen, a Terracina. La zona dove si rifugiò fu accerchiata da truppe pontificie, da soldati austriaci e dalla guardia civica. Questi ultimi avevano un fazzoletto bianco annodato sul cappello come segno di riconoscimento. Tuttavia, Gasbarrone e la sua banda usarono lo stesso stratagemma, passando in mezzo a interi plotoni in armi senza però che fosse sparato un solo colpo per fermarli. Giusto per rendersi conto del periodo: l’anno prima Alessandro Manzoni compose l’ode ”Marzo 1821” sull’entusiasmo suscitato dai Moti rivoluzionari torinesi scatenatesi nella speranza che i Savoia liberassero il Lombardo – Veneto dalla dominazione austriaca. Uno scritto dell’epoca descriveva così il capo banda: “Alto più del normale, snello fino a sembrare allampanato, viso butterato dal vaiolo non ben cicatrizzato, Antonio Gasbarrone aveva sviluppato un carattere insofferente e violento”. Dal vaiolo mal cicatrizzato molto probabilmente arrivava la folta barba che portava. Comunque, dopo un paio di matrimoni e altrettanti soggiorni dietro le sbarre nel 1871 venne graziato. Il neo nato Stato Italiano gli permise di uscire dal carcere di Civita Castellana, a nord di Roma, assieme a un ex componente la sua banda, Pietro Cipolla. Lui aveva quasi 80 anni, Cipolla 69. Troppi per combinare qualcosa di male, giusti invece per far perdere le proprie tracce. Per un certo periodo visse nella capitale, nel quartiere Trastevere.  Poi tentò anche di tornare nel suo paese natale, Sonnino, ma i suoi ex concittadini, per usare un eufemismo, non lo accolsero troppo bene. Così, assieme a Cipolla, andò a finire i suoi giorni ad Abbiategrasso.

Al tempo la Pia Casa si chiamava Pia Casa per Poveri, Schifosi, Impotenti e Incurabili e venne fondata nel 1784. I due ex briganti non avevano i requisiti per il ricovero, tant’è che la loro retta, di 90 centesimi al giorno, fu pagata dal Regio Erario. Negli archivi sono custoditi alcuni documenti di un certo interesse relativi al brigante di Sonnino dai quali emerge un Gasbarrone che non ti aspetti tutt’altro che folle o rassegnato alla sua condizione di quasi prigioniero. Negli archivi risultano anche alcune sue richieste relative al tabacco che domandava con insistenza (evidentemente era un forte fumatore), al trasferimento in altra sede e di recarsi a Milano per confrontarsi con l’editore riguardo la pubblicazione del libro “Il masnadiero Gasparoni”. Da altro canto la sua fama aveva travalicato i confini nazionali. Di lui si parlava nelle principali capitali straniere. Lo stesso Stendhal, console francese a Roma, il 29 gennaio scrisse così: “Su 100 stranieri che passano di qui cinquanta vogliono vedere il celebre brigante Gasparone”. Stendhal, inoltre, citò il brigante nella sua opera Pages d’Italie descrivendolo come “il brigante attualmente in prigione che ha guidato una banda arrivata a comprendere fino a 200 uomini”.  Viene ricordato anche ne il Conte di Montecristo, il romanzo di Alexandre Dumas, in una fiaba di Gianni Rodari, e persino in un’edizione di Topolino. Gasbarrone, dunque, è un malandrino famoso. Anzi, famosissimo, sia in patria che fuori. Abbiategrasso e la Pia Casa degli Incurabili l’hanno visto passare a miglior vita. Se capitate da quelle parti vale la pena visitare le basiliche, i palazzi e le ville che rendono il posto affascinate. Tuttavia, fateci caso, in città aleggia ancora il fantasma minaccioso del brigante sonninese che al solo pronunciarne il nome, le gambe delle persone iniziano a tremare.

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