L’ILLUMINAZIONE PUBBLICA DI MILANO

illuminazione pubblica Milano

“Non ci resta che piangere” è un bellissimo film di Roberto Begnini e Massimo Troisi uscito nelle sale nel 1984. Come molti di voi ricorderanno, racconta la strana, stranissima avventura di Mario e Saverio, rispettivamente bidello e insegnante che d’improvviso si trovano proiettati indietro nel tempo “nel Mille e quattrocento, quasi Mille e cinque” in un piccolo e immaginario borgo toscano dal nome Frittole, che nella realtà è Grazzano Visconti, il famoso paesino medievale in provincia di Piacenza, di cui una volta o l’altra racconteremo la storia. Lì, a un certo punto, Mario e Saverio si trovano faccia a faccia con Leonardo da Vinci, il grande genio toscano, al quale, presi dall’entusiasmo, provano a spiegare senza successo il funzionamento del semaforo, del termometro e del treno. Più facile a dirsi che a farsi e infatti dopo alcuni tentativi che sfociano nel ridicolo finiscono per ripiegare sul gioco della scopa. Come dire: un conto è usare quotidianamente una cosa, un altro è sapere come funziona. E lo stesso discorso potrebbe valere per la luce in casa. Uno apre la porta del proprio appartamento, entra, pigia un pulsante e nello stesso istante si accende una lampadina. Tutto facile, tutto semplice, tutto a portata di mano. Un gesto di una banalità sconvolgente che però nasconde per la stragrande maggioranza di noi una ignoranza totale di cosa effettivamente succeda dietro a quel pulsante. Ecco, noi oggi non ci proponiamo certo di spiegare come funzioni l’impianto della luce. Ci mancherebbe altro. Non ne saremmo assolutamente in grado. Però siamo in grado di raccontare come, quando e soprattutto dove è stato installato il primo impianto di illuminazione di Milano e, molto probabilmente, anche d’Italia.

Agli inizi dell’Ottocento Milano era una città dove per le strade non giravano automobili e moto, ma carrozze trainate da cavalli e placidi barconi lungo la cerchia dei navigli. Agli inizi dell’Ottocento Milano era una città in grande fermento dove, soprattutto negli ambienti della nobiltà e dell’alta borghesia cittadina, stavano maturando quei sentimenti indipendentisti e anti austriaci che avrebbero portato nel giro di pochi anni al Risorgimento e alle Cinque giornate. Agli inizi dell’Ottocento Milano era una città dove viveva un conte che si chiamava Luigi Porro Lambertenghi, nato nel 1780 da una ricca famiglia dell’aristocrazia lombarda e che abitava in un bel palazzo di quattro piani in stile neoclassico in quello che un tempo era il Sestiere di Porta Comasina e che oggi è via Monte di Pietà, al civico 15. Al conte Porro Lambertenghi, animo inquieto e curioso, proprio non andava giù che Milano fosse finita nuovamente sotto il tacco dell’Impero Austro-Ungarico e così decise ben presto di aderire al movimento liberale e trasformare il suo bel palazzo in un ritrovo di pensatori, fra i quali comparivano il senatore Federico Confalonieri, il poeta Giovanni Berchet, Alberto Thorvaldsen, scultore danese esponente del neoclassicismo e Silvio Pellico, primo precettore del figlio del nobiluomo. Ma ai fini della nostra storia interessa sottolineare che la casa del conte Luigi era frequentata anche da Lord Byron, uno dei principali esponenti del Romanticismo inglese, col quale il conte Porro Lambertenghi soggiornava spesso a Londra.

illuminazione pubblica Milano
La storia dell’illuminazione pubblica a Milano è la storia del conte Porro Lambertenghi.

E fu proprio durante uno di questi soggiorni che il nobile lombardo scoprì come avrebbe potuto illuminare il suo palazzo. Non che Milano vivesse nel buio. La prima illuminazione pubblica cittadina risale alla fine del Settecento, per la precisione al 1780. Città progressista, Milano finanziava questo servizio attraverso i proventi del gioco del Lotto, ma si trattava di un’illuminazione a candele, mentre fu grazie al conte Porro Lambertenghi che si passò all’illuminazione a gas. Nel 1818, reduce da un soggiorno nella capitale inglese, il conte portò con se una strana macchina che, alimentata a carbone, produceva un gas che poteva essere bruciato nelle lampade. Ben presto, gli splendidi saloni di casa Porro vennero illuminati a giorno grazie al marchingegno trovato oltre manica e fu senza dubbio un evento di un certo rilievo visto che è citato anche nelle Addizioni alle “Mie prigioni”. Agli austriaci quella diavoleria non piacque granché. D’altro canto all’imperatore Francesco Giuseppe, come abbiamo visto nel racconto sul primo volo in mongolfiera a Brugherio, non piacevano molto le novità. Il progresso, però, è difficile da fermare. Anzi, è impossibile. E così, ben presto, quello strano marchingegno che aveva consentito di illuminare per la prima volta le sale e le camere di casa Porro Lambertenghi, si diffuse nei teatri cittadini (ci pensò anche la direzione della Scala, ma dopo un paio di tentativi il progetto venne accantonato) e nel 1832 venne istituita la prima illuminazione pubblica in occasione dell’inaugurazione della galleria De Cristoforis, che non a caso venne ribattezzata Contrada “de veder”.

illuminazione pubblica Milano
Il primo palazzo illuminato di Milano fu casa Porro Lambertenghi in via Monte di Pietà 15.

Le vetrine di orefici, sarti, librai e pasticcieri iniziarono così a brillare grazie a centinaia di fiammelle alimentate dal gas distillato dal carbone che veniva prodotto nella vicina via Monte Napoleone e a quanto raccontavano i giornali dell’epoca, furono le signorine a gradire più di chiunque altro la novità poiché “valorizzava il dolce incarnato delle loro gote”. Com’è facile immaginare, l’illuminazione a gas si diffuse rapidamente in molte case patrizie e in molte vie pubbliche. A metà Ottocento, in zona porta Lodovica, venne aperto un gigantesco gasometro in grado di fornire luce ai privati, ma anche alle aziende artigiane del Sud di Milano. Fu il primo passo verso la creazione della rete moderna e la massima diffusione venne raggiunta nel 1905, quando l’Union des Gaz di Parigi aprì nella zona Nord Occidentale della città, su quel terreno dismesso oggi ribattezzato la Goccia della Bovisa, un complesso di imponenti officine in grado di produrre 300 mila metri cubi al giorno di gas ricavato dalla distillazione del carbon fossile, che avrebbero più che raddoppiato la disponibilità in rete per l’illuminazione della città.

L’era del gas a Milano terminò alla fine degli anni Venti, quando, poco a poco, prese il sopravvento l’energia elettrica. Tuttavia, il primo palazzo illuminato di Milano fu proprio casa Porro Lambertenghi in via Monte di Pietà 15, un bel palazzo di stile neoclassico a metà strada fra piazza Duomo e Brera dove per la prima volta un gruppo di poeti, politici e nobili tanto irrequieti quanto curiosi accesero un fascio di luce sul futuro.

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