LUIGI MALABROCCA

Da qualche giorno l’Autodromo di Monza è oggetto di un profondo intervento di riqualificazione. Metteranno mano a tutto, rettilineo, curve e tribune, con il duplice obiettivo di fare in modo che l’impianto si proietti verso il futuro senza paura e di tenersi più stretto possibile il contratto che gli garantisce il Gran Premio d’Italia. Tuttavia, non sempre su quel circuito, che è uno dei più famosi al mondo (Monza è Monza e non ha bisogno di presentazioni), hanno gareggiato i bolidi della Formula Uno. Qualche anno fa ci hanno corso delle bici. Nel 2017, infatti, è stata teatro dell’ultima tappa a cronometro del Giro d’Italia. Migliaia di appassionati hanno affollato il Parco per seguire attimo dopo attimo una sfida sportiva emozionante. Secondo il mio modesto parere, tuttavia, per quanto avvincente, ciò che è accaduto sette anni orsono non potrà mai e poi mai eguagliare ciò che accadde quasi 60 anni fa sempre sul circuito brianzolo e sempre in occasione dell’ultima tappa della “corsa in rosa”. Sto parlando della sfida per la “maglia nera” fra Luigi Malabrocca e Sante Carollo, un duello entrato nella leggenda del Giro d’Italia e che ha vissuto i suoi momenti più epici proprio lungo il percorso che attraversava Monza, Vedano al Lambro e l’Autodromo. Di questa sfida decisamente fuori dall’ordinario ne avevo sentito parlare in diverse circostanze e quando ho saputo che il Giro è tornato all’Autodromo ho deciso fare un salto da quelli del Pedale Monzese, gloriosa e storica società ciclista monzese che compie 90 anni, per farmi raccontare un po’ di particolari. Per chi non lo sapesse, fra il 1946  il 1951 l’organizzazione del Giro non si limitava ad assegnare la maglia rosa al primo arrivato, che nella specifica circostanza fu il mitico Fausto Coppi, ma assegnava anche un titolo all’ultimo. Mi spiego: negli anni Venti Giuseppe Ticozzelli, terzinaccio in forza al Casale, decise a fine carriera di rimettersi in gioco partecipando a un’edizione del Giro. Per correre, indossò la divisa sociale del Casale (di colore nero) e siccome la sua gara fu un vero disastro, nacque in quel momento, in quella circostanza, il simbolo della maglia nera. Nel Dopoguerra, durante gli anni epici del ciclismo dominati da Bartali e Coppi, gli organizzatori del Giro e la stampa notarono una singolare attenzione dei tifosi proprio verso l’ultimo arrivato. Faceva simpatia. La gente ricordava il nome del primo, del secondo e… dell’ultimo. Così, decisero di ufficializzare il titolo assegnando un premio: prima in vestiti, poi addirittura in denaro.

Nel ’46 e nel ’47, il vincitore fu Malabrocca, ottimo corridore nonostante il cognome, ma che ingolosito dal premio aveva affinato non l’arte di vincere, ma quella di perdere. Quelli erano anni bui, difficili, ma ricchi di fantasia. La gente faceva di tutto per portare a casa qualche soldo e il successo conquistato da Malabrocca finì per accendere la competizione fra tutti quei ciclisti pur bravi, ma destinati all’oblio della mezza classifica. Nel ’48 Malabrocca si presentò al via da favorito. Oramai era un campione nel forare, nel perdere tempo, nella fuga all’indietro. In salita s’alzava sui pedali, la faccia contratta in una smorfia di fatica, ma era tutta scena. In realtà stava solo sfidando la forza di gravità cercando di restare più a lungo possibile in stallo. La gente impazziva per lui. Però alla fine perse. Aldo Bini di Montemurlo, vicino Prato, riuscì a correre più piano soffiandogli soldi e notorietà. Malabrocca ci rimase male, ma così male, che l’anno successivo decise di presentarsi in perfetta forma (si fa per dire). Le cose, però, non andarono come aveva sperato. Sulla sua strada trovò Sante Carollo, un veneto dai capelli rossi di professione muratore, approdato al ciclismo per puro caso: il monzese Fiorenzo Magni, prodotto del vivaio del Pedale Monzese, si era fatto male e la direzione della squadra decise di sostituirlo all’ultimo con lui, che la bici al massimo l’aveva usata per andare e tornare dal lavoro. I due diedero vita a un duello emozionante lungo tutto il Giro. I tifosi si erano addirittura divisi fra malabrocchiani e carolliani. E loro, i due protagonisti, non si combattevano a colpi di scatti o scalate, ma di infortuni immaginari e finti guasti meccanici. In certi casi è difficile capire dove finisce la verità e dove inizia la leggenda, fatto sta che secondo alcune versioni, mentre il Giro attraversava la campagna veneta, Malabrocca notò vicino a un casolare  una grande vasca in muratura con tanto di coperchio di lamiera sufficientemente grande da contenere sia lui, sia la bici. Un posto perfetto per nascondersi e lasciar sfilare tutto il gruppo, ma mentre era lì dentro accovacciato a perdere tempo, il contadino alzò il coperchio e gli chiese in dialetto: “Ma cosa fai lì??”. E Malabrocca, di rimando: “Il Giro d’Italia!”. Cose dell’altro mondo. Tuttavia, nonostante tutti i trucchi da campione navigato che aveva sfoderato, Malabrocca arrivò all’ultima tappa da Torino a Monza in forte svantaggio rispetto a Carollo, che era un brocco vero. Ci voleva un colpo da maestro per perdere un po’ di tempo e quando i due erano arrivati a pochi chilometri dal traguardo finale posto all’interno dell’Autodromo di Monza, Luisin, come oramai lo chiamavano tutti tifosi, finse uno scatto repentino, ma dopo un paio di curve, giunto a Vedano al Lambro, si imbucò in una trattoria. Pare si trovasse proprio sul curvone dove adesso c’è una banca. Malabrocca entrò, appoggiò  la bici al muro e iniziò a mangiare, bere e a parlare di pesca coi titolari. Dopo un po’, decise di riprendere la corsa, ma quando arrivò al traguardo scopri che non c’era più nessuno: aveva perso troppo tempo, e i direttori di gara, stanchi aspettarlo, se ne andarono assegnando il titolo al suo rivale. Per conquistare la maglia nera, infatti, non bastava arrivare ultimi. Sarebbe stato troppo facile. Bisognava arrivare ultimi entro un tempo massimo e  Malabrocca perse il titolo di più lento d’Italia proprio sul traguardo del Tempio della velocità. Paradossale.

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