IL MANICOMIO DI VOGHERA

Manicomio di Voghera

Il manicomio di Voghera, in provincia di Pavia, era uno dei dei più sicuri e meglio controllati di tutta la Lombardia. Eppure Luigi Marini, in arte Ringo, ogni sabato sera scappava. Poi tornava. Ma prima riusciva sempre a eludere il controllo del personale e a dileguarsi nel buio della notte. Oltre che essere ben controllato, il manicomio di Voghera, costruito nel 1876, era anche lontano dal centro abitato. Adesso no. Oggi si trova nel bel mezzo di un agglomerato urbano di qualche migliaia di persone, stretto fra un tennis club, negozi, bar e lo stadio comunale. Ma una volta non era così.

Ai tempi di Ringo il manicomio era isolato in mezzo alla nebbia e ai campi. L’amministrazione provinciale, retta al tempo da Agostino De Pretis, aveva voluto così per tracciare una linea di separazione netta fra quelli normali e quelli matti. Ma fa niente se l’ospedale era lontano da tutto e da tutti. Ogni sabato sera Luigi Marini scappava per andare a ballare nelle balere delle zona e nessuno ha mai capito quale fosse la sua via di fuga. Forse la cambiava ogni volta. D’altro canto, lo chiamavano Ringo mica per niente. Quella di Ringo, il ballerino “pazzo”, è una delle migliaia di vicende umane che in oltre 100 anni hanno contribuito a creare la storia del manicomio di Voghera. Una storia che rischierebbe di svanire se non fosse per due custodi d’eccezione: Maurizio Ronchetti, 62 anni, dipendente dell’Azienda sanitaria locale, e Angelo Vicini, 73 anni, pensionato e scrittore. Il primo, oltre a svolgere puntualmente il suo lavoro di impiegato dell’azienda, è diventato una vera e propria guida turistica del manicomio. Sa tutto, conosce ogni singolo angolo ed è una miniera di curiosità e aneddoti. Il secondo, invece, dopo avere lavorato in fabbrica, essere stato il telegrafista di Voghera e avere lavorato come giornalista per diverse testate locali, ha deciso di coltivare la sua passione per la storia del territorio e di diventare scrittore. Così, assieme a un amico vigile urbano, Fabio Draghi, ha scritto un libro – inchiesta sul manicomio. Titolo: “Oltre il cancello”.

Ex manicomio di Voghera
Oltre che essere ben controllato il manicomio di Voghera, costruito nel 1876, era anche lontano dal centro abitato. A differenza di oggi.

Il volume è frutto di oltre un anno di ricerche d’archivio e di interviste agli ex dipendenti attraverso le quali ha ricostruito la storia manicomio, dalla fondazione voluta da Cesare Lombroso fino alla legge Basaglia del 1978 e alla definitiva chiusura avvenuta 20 anni dopo. Il manicomio di Voghera è un pregevole esempio di architettura sanitaria ottocentesca sorto sulle ceneri di un antico convento francescano del quale è rimasto solo un pozzo alla destra della chiesa posizionata nel mezzo del complesso. Nonostante non manchino i raid vandalici o i cacciatori di set fotografici suggestivi, il livello di degrado non è paragonabile a quello di Mombello. Gli edifici e le stanze interne sono ancora in buone condizioni. Alcune parti sono state stipate con materiale sanitario che sembra ancora utilizzabile. Ci sono finestre sfondate, muri scrostati e un senso diffuso di abbandono. Ma, almeno per il momento, non ci sono stati crolli. La struttura tiene.

Manicomio Voghera
Il manicomio di Voghera è un pregevole esempio di architettura sanitaria ottocentesca.

L’edificio più vicino all’ingresso principale affacciato su viale delle Repubblica è stato parzialmente trasformato in uffici dal Dipartimento di igiene mentale e uno di questi locali è stato adibito ad archivio composto da 17.550 cartelle cliniche, vale a dire il totale dei pazienti ospitati lì dentro. Il primo a varcare quella soglia fu tale Bendetto Branzoni di 35 anni. Giorno d’ingresso: 1 dicembre 1876. Bendetto era un ragazzone alto e grosso nato a Lardirago, sempre in Provincia di Pavia, che di professione faceva il fabbro ferraio, solo che già all’età di 20 anni aveva cominciato a fare dentro e fuori dai manicomi del Nord Italia. E a rimettere in ordine la sua scheda, assieme a quelle di tutti gli altri ricoverati, è stata una paziente, la moglie schizofrenica di un alto ufficiale dell’esercito che aveva una passione incontrollata per l’archivistica.

Perché il manicomio di Voghera, come molti altri manicomi italiani, era proprio così. Una città nella città di oltre 60 mila metri quadrati dove i ricoverati lavoravano ogni giorno. Aiutavano a riparare le scarpe, a lavare gli indumenti e le lenzuola, editavano un giornale e curavano i giardini interni. Nei sotterranei della struttura sono ancora visibili le tracce dei binari della “decauville” utilizzata per trasportare merci e attrezzature da una parte all’altra dell’area. Insomma, nella operosa Lombardia nemmeno i matti stavano con le mani in mano. Il manicomio arrivò ad avere al massimo 1029 ospiti e dava da lavorare a circa 400 persone, numeri che facevano dell’ospedale psichiatrico, assieme alle ferrovie, una delle principali aziende del territorio. D’altro canto, far lavorare i pazienti significava tenerli occupati e in un qualche modo alleviare le loro sofferenze. E camminando con Maurizio e Angelo lungo i corridoi del manicomio se ne incontra tanta di sofferenza. C’è la rotonda dei furiosi fatta di stanze senza angoli dove venivano rinchiusi quelli più scalmanati. C’è la stanza dell’elettroshock con attrezzature sanitarie da far venire la pelle d’oca. C’è il muro del pianto dove qualche paziente dell’ospedale ha inciso una scala di Do con tanto di pentagramma (non m’intendo di musica, riferisco ciò che mi hanno detto) e fino a poco tempo fa, nell’archivio, c’erano anche alcuni teschi di pazienti su cui erano stati condotti esperimenti scientifici.

Voghera Manicomio
Il manicomio arrivò ad avere al massimo 1029 ospiti e dava da lavorare a circa 400 persone. Foto by Calanca.

Maurizio e Angelo raccontano come si svolgeva la vita dietro quelle mura. Raccontano di quel matto che sulle colonne del porticato incideva volti di donna, animali, pianeti e persino il profilo di “Clarc Gheibol”: pare ne sia rimasto colpito dopo avere visto un suo film. Raccontano di come i vogheresi non sopportassero molto bene la presenza dell’ospedale e raccontano anche di Ringo, il ballerino pazzo, quello che ogni sabato sera scappava per andare a ballare. Nessuno ha mai capito da dove passasse. Lo hanno tenuto d’occhio per giorni e giorni ma niente. Arrivata una certa ora, spariva, si piazzava sulla strada col pollice in fuori per chiedere un passaggio e si faceva portare al Tucano, una discoteca che andava per la maggiore a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta. La legge Basaglia sicuramente aveva aumentato il suo raggio d’azione, ma ciò che lasciava di stucco infermieri e medici era che poi tornava sempre. I ragazzi che frequentavano il Tucano e le altre sale da ballo della zona avevano imparato a conoscerlo e così a notte fonda lo riportavano al manicomio. Lui ringraziava, scendeva dall’auto e suonava il citofono. “Sono io” diceva all’infermiere che gli rispondeva e dopo avere varcato l’ingresso passava davanti al personale di guardia che lo guardava come se fosse matto.

Manicomio di Voghera
Manicomio di Voghera. Foto by Archivio Cicala.

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5 Comments

  • Ringo, di cui si parla nell’articolo era mio zio. È possibile avere un contatto dei testimoni citati? Grazie infinite

  • il libro “oltre il cancello…voghera” è introvabile, sapete dove si può recuperarne una copia?

    • ciao Emanuela, il libro sembra effettivamente “fuori catalogo”. Proviamo a cercare qualche “gancio” ed eventualmente aggiorniamo attraverso questi commenti. Grazie.

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