MILANO A LUCI ROSSE

Milano luci rosse

Milano, tardo autunno di fine anni Settanta, in via Lambro al civico 14 un uomo sta collegando all’impianto elettrico della sua sala cinematografica una vecchia sirena dei pompieri. L’ha fissata al muro con un sostegno di metallo e un paio di viti proprio davanti all’ingresso. Pigia il pulsante e il lampeggiante si accende proiettando sul marciapiede e sulle macchine parcheggiate lungo la via una luce rossa. Nello stesso momento, affacciato a una finestra del palazzo di fronte, un altro uomo assiste all’operazione. Fuma una sigaretta, colpendone il filtro con l’unghia del pollice fa cadere un po’ di cenere, segue distrattamente i movimenti del gestore della sala cinematografica. Non sa che proprio in quel momento, e proprio sotto i suoi occhi, sta per essere scritta una pagina indelebile della storia della città e forse di tutto il paese. Non sa, o forse lo sa ma non ci sta facendo caso più di tanto, che lì, in via Lambro 14, proprio sotto i suoi occhi, sta per essere aperta la prima sala a luci rosse di Milano e di tutta Italia. Era il 15 novembre del 1977 e niente sarebbe stato più come prima.

Milano, così come scrissero i giornali pochi mesi dopo, sarebbe diventata la capitale italiana della pornografia. La città con più sale a luci rosse, con più riviste e, di conseguenza, anche quella con più consumatori. Insomma, una rivoluzione vietata ai minori di 18 anni. La storia di questa svolta culturale e sociale ha radici molto lontane. La prima volta che la parola pornografia fece il suo debutto ufficiale in città fu nell’agosto del 1880, quando il Corriere della Sera fustigò duramente certe pubblicazioni d’oltralpe che a fine Ottocento cominciavano a diffondersi anche all’ombra del Duomo: “Parola di nuova formazione – scrivevano in via Solferino riferendosi al termine pornografia – coniata a Parigi per indicare non solo tutte le sudicerie che si stampano in libri e su per certi giornali, ma anche i disegni di questi e altri figurine, cose tutte di cui si è fatto tanto ghiotto in questi ultimi tempi il popolo parigino, che pure le ha sempre gustate assai”. Tuttavia, fu solo una questione di tempo. A partire dai primi anni del Novecento, infatti, gli episodi di “spaccio” di cartoline oscene diventarono sempre più frequenti. Prima in maniera timida, agli angoli più bui e sordidi della città, gestito da loschi personaggi che mostravano il repertorio aprendo un lembo del cappotto. Poi, in maniera più sfacciata nelle edicole. Milano, però, non era Parigi. Una legge voluta da Cavour nel 1860, all’atto della costituzione del Regno d’Italia, aveva introdotto i “bordelli di Stato”. Ma attenzione: la norma non venne mai pubblicata sulla Gazzetta ufficiale per una questione di pudore, un dettaglio che la dice lunga su quale fosse la logica del tempo. Di fronte a quelle pubblicazioni oscene distribuite per strada scattarono così ondate di arresti e sequestri, seguiti da altrettanti processi. Uno, in particolare, celebrato nel febbraio del 1909 tenne banco per diversi giorni sui quotidiani. Alla sbarra erano finiti sei proprietari di edicole, accusati di avere esposto opuscoli pornografici sia per l’immagine riprodotta in copertina, sia per quelle contenute nelle pagine interne. Loro, gli edicolanti, mostrando già una certa sensibilità sul tema del diritto alla libera espressione, si difesero dicendo di avere ricevuto le pubblicazioni direttamente dall’editore e di averle messe in vendita così com’erano. Non erano loro a dover stabilire cosa fosse porno e cosa no, senza contare il fatto non marginale che andavano letteralmente a ruba. Alla fine i sei edicolanti non subirono conseguenze penali. In fin dei conti, stavano facendo solo il loro mestiere e comunque si trattava di un fenomeno tutto sommato ancora marginale.

Milano luci rosse
Milano era la capitale italiana della pornografia.

Di dimensione artigianale, diciamo. Tanto per cominciare, le proiezioni di pellicole a luci rosse erano un vizio riservato a chi si poteva permettere un proiettore e uno spazio sufficientemente ampio e poi, per allentare certe tensioni, esistevano ancora le case chiuse, altro settore in cui Milano, soprattutto durante il Ventennio e nell’immediato Dopoguerra, non era seconda a nessun’altra città. Perché i film con la doppia o addirittura tripla X diventino un fatto di massa bisogna fare un balzo in avanti fino agli anni Settanta. È quello il decennio chiave, il momento in cui Milano si trova d’un tratto sbattuta in prima pagina sui giornali di mezza Italia come la Hollywood delle sconcezze. Così come le droghe leggere diffuse fra i giovani durante le contestazioni del Sessantotto si erano trasformate in eroina, più o meno nello stesso modo la libertà sessuale conquistata in quegli anni si era trasformata in pornografia. La definitiva presa di coscienza avvenne nel 1975 con un blitz della Questura che portò all’arresto di una mezza dozzina di direttori di riviste, di editori e di stampatori dai cognomi altisonanti. Oltre al sequestro di decine di pubblicazioni dai titoli inequivocabili: “Os per adulti”, “Os speciale mese”, “Privato”, “La Novellaccia”, “Novelle erotiche illustrate” e, ovviamente, “Le Ore”, una rivista inizialmente dedicata alla cinematografia e dal 1971 convertita in settimanale hard. Sul Corriere della Sera la notizia si era conquistata un’intera pagina di inchiesta a firma Vittorio Feltri, ma il dettaglio che forse rende meglio la portata del fatto è che in Questura, accanto alla squadra mobile, all’ufficio politico, all’anticrimine e alla buoncostume, sentirono la necessità di istituire anche una “volante sexy”, specializzata proprio in questo tipo di reato.

Insomma, a Milano il porno andava alla grande. Non c’era edicola del centro o della periferia che non avesse il suo spazio dedicato, generalmente nella parte retrostante del chiosco, e il via vai di liberi professionisti, imprenditori e impiegati che fra le pagine della Gazzetta dello Sport facevano scivolare furtivamente l’ultimo numero del loro porno preferito era incessante. E non si trattava di periodici patinati tipo Playboy. Le modelle immortalate erano ragazze e donne della porta accanto, magari anche un po’ bruttine e volgarotte, ma con una qualità irresistibile: erano vere. Le pose non erano artistiche, non c’erano veli che giocavano sul vedo non vedo. Era tutto esplicito, tutto in primo piano e niente era lasciato all’immaginazione. Un tipo di scatto che negli Usa avevano ribattezzato “Pink shot”. La cosa curiosa è che la stragrande maggioranza di queste riviste venivano stampate nell’hinterland di Milano, così che il Tribunale di competenza non era quello del capoluogo, ma quello di Monza, che si ritrovò all’improvviso sommerso da oltre seicento cause all’anno per la violazione dell’articolo 528 del vecchio Codice Rocco, che prevedeva la reclusione da tre mesi a tre anni e una multa non inferiore a 40 mila lire. Quella retata del 1975 che finì su tutti i giornali d’Italia, sollevando il velo sui nuovi vizi privati dei milanesi, non era però che l’antipasto.

Milano luci rosse
Milano, via Lambro nel 2018. In questa via venne aperto il prima cinema a luci rosse.

Il business della pornografia toccò il suo apice a partire da quel 15 novembre del 1977, quando il gestore della sala cinematografica di via Lambro 14, in una sera di autunno inoltrato, installò fuori dalla sua sala una sirena dei pompieri recuperata da un’auto dei vigili del fuoco. La sala era il Majestic. Il 14 novembre aveva in programmazione “Alice nel paese delle meraviglie”, il giorno dopo “Alice, nel paese delle porno meraviglie”. Per le sale cinematografiche della città, attanagliate dalla crisi, fu una specie di rivelazione. Magicamente gli incassi lievitarono da poche decine di mila lire al giorno a qualche milione. I gestori si contendevano il pubblico a colpi di prime visioni dai titoli che oggi fanno letteratura: “La zia in calore”, “La suocera in calore”, “Zozzerie di una moglie in calore”, “La spada nella doccia”, “Sesso nero” e via di questo passo. Pellicole che arrivavano dal Nord Europa e dagli Stati Uniti. John Holmes e Linda Lovelace con Gola Profonda. La Golden Age of porn a stelle strisce, mentre Moana Pozzi e Ilona Staller arriveranno dopo e saranno protagoniste più del boom degli home video che delle pellicole riservate al cinema.

Milano luci rosse
La prima volta che la parola pornografia fece il suo debutto a Milano fu nell’agosto del 1880, quando il Corriere della Sera fustigò duramente certe pubblicazioni d’oltralpe che a fine Ottocento cominciavano a diffondersi anche all’ombra del Duomo.

E qui vale ancora la pena mettere l’accento su un altro strano paradosso: Monza, la città dove si celebravano tutti o quasi i processi per oscenità, non aveva un cinema porno. In tutta la Brianza, nel momento di maggiore diffusione del fenomeno, se ne contavano solo due: uno ad Arcore (ed è vietato fare associazioni) e uno a Usmate Velate. Mentre a Milano le sale con la doppia o la tripla X erano una trentina, distribuite equamente fra centro e periferia. Poi, come tutti i fenomeni sociali, anche quello delle sale a luci rosse ebbe una fine. Gli anni Ottanta, con l’arrivo delle video cassette e i video registratori, diedero il via a un lento declino, che a Milano fu segnato anche da un bruttissimo fattaccio di cronaca nera: la sera del 14 maggio del 1983 venne dato fuoco al cinema Eros di viale Monza. Le fiamme, appiccate dal gruppo terroristico di estrema destra Ludwig, fecero sei morti, compreso un medico di 46 anni che era entrato per portare soccorso ai presenti e che poi venne insignito della medaglia d’oro al valore civile. Dopo quel rogo, le luci rosse dei cinema milanesi rimasero accese ancora per qualche anno, ma la pornografia come fenomeno sociale pubblico era oramai arrivata alla fine. Oggi, al posto di quel cinema andato a fuoco, c’è la sede di una comunità religiosa.

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