LA MILANO DA BERE

Milano da Bere

C’era una volta una città da bere e, all’occorrenza, anche da sniffare. C’era una volta una città che usciva da anni cupi e drammatici desiderosa di divertimento sfrenato. C’era una volta una città che dopo una notte di follia si risvegliò con un mal di testa lancinante e un cadavere eccellente all’obitorio. Milano, nella sua storia secolare, è stata tante cose: culla e bara del fascismo, grande azienda a cielo aperto per il boom economico e terreno di scontro durante gli Anni di Piombo. Ma è stata anche la città da bere reclamizzata nella famosa campagna pubblicitaria dell’amaro Ramazzotti. Una trentina di secondi di spot per raccontare “la Milano che rinasce ogni mattina, che pulsa come un cuore, positiva, ottimista, efficiente… questa Milano da vivere, da godere, da sognare, questa Milano da bere”.

Lì, in quella città che usciva da anni difficili e tormentati, nascono alcune figure a loro modo storiche come il paninaro, il manager rampante e la modella un po’ stronza. Ed è sempre lì, in quella città che dopo gli anni delle bombe stava entrando negli anni della bamba, che viene commesso un omicidio un po’ sciocco, quasi futile e decisamente superficiale, non che ce ne siano di profondi, sensati o utili, per carità, ma questo, per l’ambiente in cui matura, per i gesti dei suoi protagonisti, è lo spunto perfetto per raccontare la storia della Milano anni Ottanta. Partendo da due luoghi. Un residence e una discoteca, che forse oggi non dicono più molto, ma che a quel tempo erano i perni attorno ai quali ruotava l’intera movida milanese. Quella che conta, ovviamente.

Stiamo parlando del residence principessa Clotilde di porta Nuova e della discoteca Nepentha di piazza Diaz 1. Mentre il fattaccio di cronaca è quello passato alla storia come “l’omicidio della Milano da bere”, quando la modella Terry Broome uccise con due colpi di Smith & Wesson il playboy Roberto D’Alessio, il figlio del re dei cavalli. Ma così come fanno i giallisti di professione, cominciamo con un po’ di contesto.

Milano da Bere
Piazza Diaz 1, l’ingresso del Nephenta oggi. Era qui, in questo locale del centro di Milano, che manager rampanti, figli di papà e modelle celebravano la liturgia notturna nel nome del dio denaro. Ed è qui che, a suo modo, è iniziata l’ultima notte della Milano da Bere.

A Febbraio del 1984, a San Remo, cantano niente meno che i Queen, ma pur avendo fra le mani una delle migliori voci del rock, la direzione dell’evento li fa esibire in playback, così come tutti gli altri cantanti in gara. Il 4 giugno esce in tutti i migliori negozi di dischi del mondo “Born in the Usa” di Bruce Springsteen. L’11 giugno del 1984 muore a Padova Enrico Berlinguer e alle elezioni europee del 17 giugno il Pci diventa il primo partito italiano con uno scarto risicato sulla Democrazia cristiana (33,3%, contro 33%). Il 10 agosto debuttano i Red Hot Chili Pepper con l’omonimo album d’esordio e a ottobre i pretori di Roma, Torino e Pescara oscurano le televisioni di un rampante imprenditore milanese che si è messo in testa di insidiare il monopolio televisivo Rai. Il suo nome è Silvio Berlusconi. Il blocco viene eliminato grazie a un decreto di Craxi, che dopo essere stato bocciato una prima volta, viene approvato dando così semaforo verde all’ascesa delle tv del cavaliere di Arcore, che già da un anno aveva inserito nel suo palinsesto una trasmissione culto degli anni Ottanta: Drive In. Ma soprattutto sono gli anni in cui Milano cessa di essere un polo produttivo. Le grandi aziende e le fabbriche simbolo del boom economico arrancano e al loro posto si sviluppa in maniera esponenziale il terziario, vale a dire servizi assicurativi, finanziari, commerciali e dagli Stati Uniti arriva la figura dello Yuppie (esatto contrario dello Hippie), vale a dire il manager vincente vestito con abiti griffati dalla testa ai piedi. Intimo compreso. Ed è proprio in questo contesto che si consuma la nostra storia noir.

Milano da Bere
Il residence Clotilde di porta Nuova, proprio accanto all’ospedale Fatebenefratelli. La sera il via vai di macchinoni luccicanti era incessante. La stragrande maggioranza delle modelle, compresa Terry Broome, alloggiava infatti in questo edificio che qualche buontempone aveva ribattezzato residenze principessa “clitoride”.

Tutto inizia al Nepentha il 25 giugno 1984. È un lunedì sera, quando di solito la gente normale sta a casa. Ma qui non abbiamo a che fare con gente comune. Non ci sono impiegati o commesse. Qua ci sono playboy, ricchi commercianti e immobiliaristi di prestigio. Più le modelle. Ed è proprio su una di questa che si sposta la nostra attenzione. Terry Broome, 26 anni, originaria della Sud Carolina e un passato tormentato alle spalle sta seduta a uno dei tavoli del locale assieme al fidanzato, Giorgio Rotti, 31 anni, un gioielliere di prestigio della Milano che conta. Lui non è un granché, è un tipo anonimo e grassoccio, ma ha i soldi. Con loro ci sono la sorella di Terry, Donna, che è una modella di successo, col suo fidanzato. La serata è fiacca, in giro non c’è la ressa del venerdì o del sabato, ma Terry non sembra godersi il momento di quiete. Al contrario, è sulle spine. Teme di incontrare Francesco D’Alessio, 40 anni, figlio del re dei cavalli e playboy incallito. È successo che qualche settimana prima, durante un fine settimana fuori città, nella villa di Giorgio Cabassi, figlio del noto costruttore, D’Alessio abbia chiesto esplicitamente a Terry di avere un rapporto sessuale, ma che lei lo abbia respinto. D’Alessio era convinto che Terry fosse una facile. Terry aveva avuto rapporti occasionali con alcuni amici di D’Alessio, ma per una ragazza nata negli Usa è una cosa tutto sommato normale, non è un atteggiamento indice di facili costumi. Fatto sta che D’Alessio non prende bene il rifiuto e così comincia a insultare Terry. A perseguitarla e a mettere in giro voci sulla sua partecipazione a orge con cinque, sei, sette uomini. La sera di quel 25 giugno Terry è sulle spine perché teme d’incontrare D’Alessio mentre è in compagnia del suo nuovo fidanzato, che gli ha anche appena chiesto di sposarlo. Come è facile immaginare, la tragedia incombe. Il Nepentha, assieme a un pugno di altre discoteche come il Matisse o l’Ipotesi, è un punto d’approdo obbligato se appartieni a un certo giro. E di quel giro, D’Alessio è uno dei principali esponenti. Arriva al locale a sera inoltrata, inizia a molestare verbalmente Terry poi racconta a Rotti la cosa dell’orgia. Terry e il fidanzato se ne vanno. Salgono nella stanza che lei occupa nel residence principessa Clotilde, a porta Nuova, un edificio bruttino stile anni Cinquanta, dove però tutte le modelle di Milano alloggiavano e che i più boccacceschi avevano finito per ribattezzare principessa Clitoride. Certe sere, davanti al portone ingresso, c’era la fila di Mercedes, Volvo e Porsche. Lì, in uno degli appartamenti al secondo piano, si scatena la discussione. Rotti rinfaccia a Terry l’orgia e le chiede indietro l’anello di fidanzamento. Terry sprofonda. Lei non è bella e brava come la sorella, ha i capelli ramati e gli occhioni verdi, emana il fascino della ragazze americane, ma sono qualità che non bastano per avere successo sulle passerelle di Armani e Versace. Alle spalle ha anche un passato turbolento. Un padre violento. Un’adolescenza di abusi. Insomma, la rottura del fidanzamento si trasforma in pochi minuti in uno psicodramma. Terry vaga per la casa alla ricerca di uno svago.

Milano da Bere
Un frame della pubblicità “Milano da Bere” dell’Amaro Ramazzotti. Il legame fra il prodotto realizzato nel 1815 da Ausano Ramazzotti, farmacista bolognese, e la città è sempre stato molto forte. Lo slogan della campagna pubblicitaria diventata famosa nel mondo fu coniato da Marco Mignani e venne utilizzato per lo spot tv del 1987.

Beve, sniffa coca e poi cerca nell’armadio uno di quei videogiochi che spengono tutti i pensieri. Al suo posto, però, trova la Smith & Wesson carica che Rotti usa per difesa personale. A questo punto succede qualcosa di strano. Qualificandosi come tal Diana, telefona a D’Alessio, che vive in corso Magenta 84, in un appartamento al primo piano di uno degli stabili storici più belli di Milano messogli a disposizione dall’amico Carlo Cabassi, che è proprietario di tutto l’edificio. Alle 6 di mattina Terry si presenta a casa del suo stalker, che in quel momento sta dividendo l’alloggio con un’altra bellissima modella, fidanzata di Cabassi, Laurie Marie Roiko. Parlano, sniffano cocaina e bevono. Poi lui riattacca con la storia dell’orgia, le chiede di fare sesso, le dice che se da solo non basta può chiamare Laurie che nel frattempo è andata in un altra stanza e che all’occorrenza ha degli amici pronti a tutto. Terry lo guarda coi suoi occhi verdi, tira fuori la pistola, gliela punta contro e spara due colpi a vuoto. Forse voleva solo intimidirlo, fargli capire che era al limite. Ma D’Alessio recita fino in fondo la sua parte e cerca di disarmare la giovane aspirante modella. Partono altri due colpi, che questa vanno entrambi a segno. Uno al petto, l’altro in testa. Terry verrà arrestata poche ore dopo in Svizzera, in un piccolo albergo di Zurigo, dove era scappata grazie all’aiuto di Rotti.

Milano da Bere
Terry Broome, l’aspirante modella americana dietro le sbarre. Lo scatto è stato rubato durante il processo svoltosi davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Milano. Dopo la condanna Terry tentò il suicidio due volte, ma nel carcere di Bergamo trovò chi seppe aiutarla. Divenne grande amica dell’ex terrorista di Prima Linea Vincenza Fioroni, dissociatasi dalla lotta armata, con cui seguì dei corsi di ceramica.

Nel 1986, in un clima di attenzione morbosa da parte della stampa e dell’opinione pubblica, inizia il processo che si conclude con una condanna a 15 anni, poi ridotti a 12 in appello. In carcere Terry tenta per due volte il suicidio, ma alla fine grazie all’amicizia con la terrorista di Prima Linea, Vincenza Giorni riesce a trovare l’equilibrio e nel 1992, dopo essere scarcerata tornerà nella Carolina del Sud dalla madre. In questa storia c’è tutta la Milano da bere degli anni Ottanta. Ci sono giovanotti col portafoglio gonfio grazie più che altri ai meriti dei padri, aspiranti modelle e modelle affermate, tanto alcol e tanta coca, sesso facile e sfrenato, fine settimana in barca d’estate e d’inverno tutti a Cortina, ma c’è anche la perdita del senso della misura. Tutto è fine a se stesso. Non si muore più per un’idea come negli anni Settanta, nella Milano da bere degli anni Ottanta si muore così, perché succede. Nel 1985, un anno dopo i tragici fatti che abbiamo appena narrato, i fratelli Vanzina usciranno nelle sale cinematografiche d’Italia col film “Sotto il vestito niente”: vale la pena vederlo.

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