IL NUMBER ONE DI MILANO

Number One Milano

Via dell’Annunciata è una bella ed elegante strada del centro di Milano. È l’ultima traversa di via Manzoni, prima di piazza Cavour, e cinge a Est il quartiere di Brera in un abbraccio morbido come un maglione di cashmere adagiato sulle spalle. Le linee architettoniche dei palazzi che la costeggiano sono un perfetto compendio della storia di Milano: ci sono edifici dell’Ottocento, degli anni Trenta e anche degli anni Cinquanta. Epoche diverse, stili diversi, ma tutti accomunati da due elementi imprescindibili: sobrietà e signorilità. Via dell’Annunciata è una via tranquilla. Anzi, tranquillissima. Sui citofoni non ci sono cognomi, ma solo numeri. Di lì non ci si passa per caso. Non è una via commerciale, solo un paio di bar anche loro dall’aria pacata, qualche esercizio di vicinato e molti uffici di liberi professionisti, avvocati, commercialisti, notai e architetti. Lì vicino si trovano anche i Giardini Perego, piccola area verde nel cuore della città progettati alla fine del Settecento da Luigi Canonica, lo stesso che pochi anni dopo progettò anche il Parco di Monza, e una delle associazioni più prestigiose di Milano, quella degli Amici della Scala. Se non fosse per la Questura, nella parallela via Fatebenefratelli, che garantisce un’inevitabile via vai di auto e sirene, la via potrebbe essere così tranquilla da essere considerata quasi noiosa. Ma allora perché, per la ripresa dell’attività dopo la pausa estiva, abbiamo deciso di raccontarvi la storia di una via così monotona? La risposta, cari lettori, è molto semplice: perché è lì, in via dell’Annunciata, ed esattamente al numero 31, che i milanesi hanno smesso di ballare i lenti.

Ve li ricordate i balli lenti? Quelli che si danzavano ondeggiando su di una piastrella? Quelli dove fra ragazzo e ragazza doveva essere tenuta una certa distanza di sicurezza misurabile in palmi? Ma certo che ve li ricordate. Come si possono dimenticare quei momenti trascorsi a cercare il momento giusto per scoccare il primo bacio. Ecco, lì dove la strada fa una leggera curva verso sinistra e dove si trova un palazzo stretto e alto, con una facciata irregolare cinta da una cancellata scura, nel 1968 venne inaugurato il Number One, la prima discoteca intesa in senso moderno di Milano e d’Italia. E ad aprirla non fu un imprenditore qualunque, ma niente meno che Gigi Rizzi, il playboy protagonista della famosissima, chiacchieratissima e paparazzatissima love story con Brigitte Bardot. Sì, proprio lei, una delle donne più belle del mondo, l’icona sexy degli anni Sessanta, musa ispiratrice di registi, poeti e cantanti. In una parola: BB. Per quei pochi che non conoscessero i fatti, spendiamo le prossime dieci righe per fare un po’ di storia.

Number One Milano anni 70
La via e lo stabile della prima discoteca di Milano e d’Italia, il Number One, come si presentano oggi.

Estate 1968, Costa Azzurra, mentre la stragrande maggioranza di giovani italiani manifesta per strada contro il Vietnam e contro il sistema borghese-capitalista, Gigi Rizzi, rampollo di una nota famiglia di imprenditori edili piacentini, fa letteralmente furore nei locali di Saint Tropez. Lui, assieme a un paio di amici, fra cui l’inseparabile Beppe Piroddi, sono i re incontrastati dei locali notturni della località francese. Feste, balli scatenati sui tavoli, la notte che sembra non finire mai. Le ragazze cadono letteralmente ai lori piedi e Gigi Rizzi riesce a piantare la bandiera italiana nel punto più sensibile dell’orgoglio francese. Lui e BB diventano la coppia più ricercata dai fotografi e loro non si negano. Anzi: capelli al vento, camice a fiori e piedi nudi diventano il simbolo involontario di un “altro Sessantotto”.

Ma anche quell’estate, esattamente come tutte le altre, è destinata a finire e con lei termina anche la passione fra i due giovani e spensierati amanti. A Gigi Rizzi e a Beppe Piroddi quei giorni pazzi e fuori da ogni schema lasciano però qualcosa in eredità, oltre allo struggente ricordo delle numerose amanti: la consapevolezza che il modo di divertirsi dei giovani sta cambiando. I night club, i dancing e le balere funzionano ancora. Tuttavia, la rivoluzione giovanile in atto fa capire ai due che non sta cambiando solo il modo di pensare e di vestirsi dei ragazzi, ma anche di ballare. Basta col lento, considerato troppo borghese, e basta in generale coi balli in coppia. I giovani di fine anni Sessanta vogliono ballare da soli.

Piroddi e Rizzi, che erano già titolari di alcune quote di un famoso locale di Saint Tropez, l’Esquinade, decidono così di portare un po’ di Costa Azzurra anche a Milano. Dopo avere gironzolato per la città in cerca del posto giusto per qualche mese, decidono di aprire la loro discoteca, la prima in assoluto nel Bel paese, in via dell’Annunciata 31. Il successo è immediato è inarrestabile. Il locale diventa subito il centro della movida milanese. Sulla pista e sui divanetti in velluto tigrato del Number One sfila la meglio gioventù milanese e le più belle modelle internazionali. Un nome su tutti: Odile Rodin, la vedova di Porfirio Rubirosa, il “padre” di tutti i play boy, Gigi Rizzi compreso. Gigi Rizzi, però, è come una rockstar maledetta. La sua candela brucia da entrambi i lati e il Number One è destinato a durare l’espace d’un matin, esattamente come la love story con BB: il 15 giugno del 1971, alle 5 di mattina, una bomba fa saltare in aria il locale.

Number One Milano bomba
Il 15 giugno del 1971, alle 5 di mattina, una bomba fa saltare in aria il Number One di Milano.

Milano, suo malgrado, da qualche anno ci ha fatto l’abitudine alle bombe, ma questa del Number One fa scalpore. Le indagini della Polizia scattano immediatamente, ma a parte la testimonianza di un giovane garzone che racconta di una Mini Morris vista passare più volte lungo la strada prima del botto, gli autori dell’attentato rimarranno sempre anonimi. I detective di via Fatebenefratelli, tuttavia, sanno molto bene qual è il significato di quella esplosione. Da più di un anno nel capoluogo è in atto una vera e propria lotta fra gang per il controllo dei locali notturni che i giornali hanno ribattezzato “la guerra dei night”. La malavita milanese, esattamente come è accaduto in Costa Azzurra con i marsigliesi, non appena si è accorta che questo nuovo tipo di locale attirava giovani ha cercato di metterci sopra le mani e poi ha iniziato a sommergerli con chili e chili di droga, eroina e cocaina soprattutto.

Pochi mesi prima del Number One infatti era toccato a un altro locale notturno saltare in aria. Si trattava del Bang Bang di via Molino delle Armi, all’interno del quale gli attentatori avevano versato litri e litri di benzina. Lo stesso Number One, alla fine del 1969, era stato oggetto di un tentativo di estorsione: due milioni di lire al mese in cambio di protezione. Rizzi, però, aveva denunciato tutto facendo arrestare il colpevole e il problema sembrava risolto. Invece, no. Il peggio doveva ancora arrivare. Breve e fugace, l’apparizione del Number One sancì comunque la fine di un’era. Quella dei night club come la Porta d’oro, l’Astoria o il Maxim, dove a seconda della serata potevi incrociare il “cummenda” col portafoglio gonfio di banconote, Gianni Rivera in libera uscita da Nereo Rocco, la divina Rita Hayworth accompagnata da Frank Sinatra o Francis Turatello col suo codazzo di scagnozzi. Col Number One sparisce l’orchestra che suona la musica da vivo nei dancing e compare per la prima volta la figura del disc-jockey. Una piccola rivoluzione della pista da ballo iniziata in Francia e Inghilterra con l’apertura delle prime discoteche europee e proseguita anche all’ombra della Madonnina. Dopo il botto del giugno ’71, la questura fece alcuni rilevi all’interno del locale al termine dei quali emersero irregolarità amministrative tipo la mancanza di un numero adeguato di uscite di sicurezza. Era il segnale per la definitiva uscita di scena.

Number One Milano
Il Number One intercettò i cambiamenti sociali dell’epoca: basta col lento, considerato troppo borghese, e basta in generale coi balli in coppia. I giovani di fine anni Sessanta volevano ballare da soli.

Rizzi già da qualche mese si era chiamato fuori dall’iniziativa per dedicarsi al cinema e Piroddi colse la palla al balzo per non riaprire più. Il Number One non aveva niente a che vedere con certi locali dalle dimensioni enormi di oggi giorno. Era tutto sommato piccolo, oltre ai divenetti in velluto tigrato aveva una pista da ballo col pavimento illuminato da sotto, una piccola consolle, uno spazio per la band, dei separé e un ovviamente un bar. Non era aperta a tutti. Era un posto esclusivo che si riempiva come un uovo in occasione di feste o particolari eventi. Bella gente, ragazze fantastiche, minigonne e macchine di lusso. L’esperienza durò poco, più o meno tre anni, ma a suo modo segnò l’avvento di una piccola rivoluzione. Basta coi lenti e i balli di coppia. Il Number One aveva rotto gli schemi. Di lì a poco, infatti, iniziarono ad aprire lo Studio 54 di corso XXII Marzo, omonimo dello Studio 54 di New York, l’Odissea 2001 di via Forze Armate e il Prima Donna di via Verri, dove per volontà della direzione il biglietto d’ingresso si pagava a peso. Nel senso che all’ingresso c’era una bilancia con sopra scritto “10 lire all’etto”.

Number One Milano
Una foto esclusiva degli interni del Number One, inviataci da Leonardo Rizzi, fratello di Gigi. Il suo commento: “Il Number One aveva diverse “novità” per quei tempi: per arrivare alla postazione del DJ che era in alto avevano installato un piccolo ascensore idraulico, con una piattaforma rotonda piena di luci dentro. Il locale aveva delle appliques ricavate da teste di moro di Fornasetti. E poi, copiando il mitico Carillon di Paraggi, si poteva cenare a tarda notte con un risotto o un piatto di penne”.

Written By
More from REDAZIONE

LA VERA STORIA DI MARINELLA

Oramai lo sanno tutti: “La Canzone di Marinella” è una storia vera....
Read More

4 Comments

  • Il “Number One” fu riaperto nel 79 da Lello Liguori che allora gestiva a Milano lo “Studio 54″e il “Number One”, a Santa Margherita Ligure il “Covo di Nord Est” e a Madonna di Campiglio il “Green Club”. Nel 79 fu inaugurato il “Number One” gestione Liguori e quella sera accadde un fatto tragicomico di cui erano a conoscenza solo Liguori, il sottoscritto e il mitico direttore Pasquale Casiello ma all’oscuro dei numerosi vip presenti all’evento, evitò uno scandalo con gravi conseguenze.

  • ho già inviato per e-mail alla redazione alcune notizie aggiuntive e una foto dell’interno del Fu-Number One. Lello, scusatemi, non era all’altezza…

  • Dire che Liguori non era all’altezza mi sembra una sparata bella e buona, visto che fu uno dei pochi negli anni 70 e 80 a portare artisti di livello mondiale ad esibirsi nei suoi locali e ad avere sempre una clientela selezionata..

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *