L’OMICIDIO DI RE UMBERTO I

Omicidio del Re

A Monza, non lontano da Villa Reale, in via Matteo da Campione, si trova un monumento molto singolare, quasi inquietante: si tratta di una stele alta 35 metri con due grossi croci latine in alabastro circondata da uno scuro cancello in ferro battuto. Si chiama Cappella Espiatoria e fu fatta erigere da Vittorio Emanuele III sul luogo esatto dove il 29 luglio del 1900 venne ucciso suo padre, il re Umberto I.

Dal punto di vista artistico e architettonico non può certo competere col Duomo o con Villa Reale, i due monumenti più famosi di Monza. Tuttavia, se sotto il profilo estetico non è equiparabile ai due gioielli del capoluogo brianzolo, da un punto di vista narrativo offre spunti decisamente più avvincenti. La Cappella Espiatoria, un po’ defilata rispetto ai percorsi turistici abituali, non è solo il luogo dove Gaetano Bresci, l’anarchico venuto dall’America, uccise il re che decorò Bava Beccaris, il generale che prese a cannonate i milanesi affamati durante la Rivolta del pane del 1898.
Lì, in quel punto esatto, dove il monarca cadde sotto tre colpi di pistola, si è consumato uno dei primi complotti internazionali ispirati alla strategia degli “opposti estremismi”, destinata poi a diventare tristemente famosa durante gli Anni di Piombo. Insomma, come vedremo fra poco, siamo alle prese con un vero e proprio intrigo degno di un film di Hitchcok, dove si incrociano agenti segreti, rivoluzionari, nobili e gente comune.

Omicidio del Re
Il re in carrozza mentre percorre via Appiani, pochi istanti prima dell’omicidio.

Più o meno tutti conosciamo la dinamica dei fatti. La sera del 29 luglio re Umberto uscì da Villa Reale in carrozza per partecipare a un saggio sportivo della Forti e Liberi. Terminata la manifestazione, mentre fendeva due ali di folla in carrozza per tornare alla reggia, il sovrano venne raggiunto da tre proiettili, uno dei quali mortale al cuore. Per sparare, Gaetano Bresci era riuscito ad arrivare così vicino al sovrano, da essere persino riuscito a salire sul predellino della carrozza e da lì aveva fatto fuoco completamente indisturbato. Solo dopo avere esploso tre colpi venne bloccato dalla folla e solo dopo che la folla lo stava ammazzando di botte, venne arrestato dai carabinieri. Poi, processato nel giro di pochi giorni, venne condannato all’ergastolo e dieci mesi più tardi morì suicida nel carcere di Ventotene. Fine delle trasmissioni. Il re fu ucciso per vendicare i morti della Rivolta del pane di Milano. Una soluzione semplice, lineare, quasi rassicurante. Ma siamo sicuri che le cose siano andate proprio così?

Omicidio del Re Monza
In questa illustrazione il trasporto della salma del re dalla Villa Reale alla stazione di Monza.

La domanda è solo all’apparenza retorica perché a guardarci bene dentro, in questa storia sono tante la cose che non tornano. A partire dalla scorta. Re Umberto sarà anche stato un sovrano con tutti i privilegi dovuti al suo censo, ma non aveva nemmeno la metà della scorta di cui gode un qualsiasi politico di oggi. Non solo, sotto la giacca e la marsina, non indossava nemmeno la cotta di maglia, che forse avrebbe potuto deviare e trattenere i colpi di pistola. È vero: quella sera di fine luglio faceva molto caldo e dopo il saggio aveva appuntamento con la sua amante. Quindi, potrebbe avere preferito un abbigliamento più leggero, ma da quando era salito al trono, succedendo a suo padre Vittorio Emanuele II, re Umberto aveva già subito tre attentati. Insomma, i precedenti avrebbero consigliato maggiore cautela. Se non a lui, quanto meno a chi si occupava della sua sicurezza.
A sparare, poi, pare non ci fosse solo Bresci. Subito dopo l’arresto, interrogato, l’anarchico rispose di avere esploso tre colpi, ma sul posto viene rinvenuto un quarto proiettile dentro la carrozza e pure una seconda pistola, una Flaubert, mentre quella usata da Bresci era una Massachusetts a cinque colpi calibro 9. Inoltre, altro dettaglio riportato dai giornali dell’epoca, che lascia supporre l’esistenza di un secondo uomo, è il fatto che durante i tentativi di soccorso del re, uno dei medici parlò chiaramente e apertamente di colpi di calibro differente.
Insomma, niente scorta, niente protezione personale e anche il servizio di intelligence reale lasciò alquanto a desiderare. Spulciando sempre i quotidiani dell’epoca, emerge uno strano articolo datato 1 agosto, in cui si riporta il dialogo avvenuto fra un imprenditore e un direttore di banca il giorno prima del fattaccio. L’imprenditore, in particolare, avrebbe confidato al direttore di avere sentito da alcuni operai discorsi relativi a un complotto contro il re che avrebbe avuto imminente attuazione e che subito dopo il fattaccio l’imprenditore si recò di corsa dal Procuratore del re per informarlo dei fatti.

Omicidio Re Umberto
La Cappella Espiatoria: il monumento monzese che sorge nel luogo dove Gaetano Bresci uccise re Umberto.

Ecco, a questo punto, se fossimo veramente in un film come Intrigo internazionale, questo sarebbe il punto in cui Cary Grant comincerebbe a pensare che molte cose non quadrano. Che ci sono tutti gli elementi per pensare a un complotto nel quale non sono coinvolti solo gli anarchici, esecutori materiali dell’omicidio, ma anche molta altra gente. Secondo diversi storici come Arrigo Petacco, ne avrebbe fatto parte un personaggio insospettabile che gli agenti informatori dell’epoca chiamavano “La nota signora”, vale a dire Maria Sofia di Borbone, moglie di Fanceschiello, bavarese di nascita, sorella della celebre Sissi e lei stessa ultima regina di Napoli. Ma che c’azzecca Maria Sofia di Borbone con re Umberto? La risposta è semplice: sbalzata dal trono appena diciannovenne dalla spedizione dei Mille, Maria Sofia era assetata di vendetta contro i Savoia, usurpatori del trono, e per questo aveva aperto i suoi salotti parigini a frequentazione anarchiche e sovversive giudicate utili alla sua causa.
C’è tutto quello che serve per intravedere in controluce una delle prime applicazioni concrete della Strategia degli Opposti Estremismi, teoria che mira a normalizzare un paese, a consolidarne le forze di centro, tagliando fuori gli estremismi. Reazionari e anarchici uniti contro i Savoia, ciascuno con l’intenzione di sfruttare l’altro per raggiungere i propri obiettivi. Gli anarchici avrebbero puntato alla rivoluzione, i borbonici alla restaurazione. Tuttavia, nessuno dei due vinse. Chi ci guadagnò dall’omicidio di Umberto fu in ultima analisi l’Italia. Grazie a quell’evento traumatico, infatti, tutte le forze politiche si compattarono e le divisioni cessarono: basti dire che il socialista Filippo Turati si rifiutò di difendere Bresci al processo.

Omicidio del Re Umberto
Dopo la morte del re che iniziò un progressivo potenziamento degli apparati di polizia e di intelligence del giovanissimo regno d’Italia.

La fine dell’800 non fu un periodo storico facile per il Belpaese. Fu una fase caratterizzata da tensioni sociali, forte instabilità e da una politica reazionaria. Risalgono a quel periodo due eventi che segnarono nel profondo la società italiana di fine secolo: lo scandalo della Banca Romana, in cui fu coinvolto lo stesso re Umberto che utilizzava fondi neri per mantenere una schiera sterminata di amanti, e la tragica spedizione dell’esercito italiano in Etiopia con la battaglia di Adua, vale a dire la prima sconfitta di un esercito coloniale per mano di un esercito africano.
L’assassinio di re Umberto, tuttavia, segnò uno stacco rispetto a tutto questo. Di lì a qualche anno sarebbe iniziata l’età giolittiana, una fase di profonde riforme e di grande crescita sia sotto il profilo sociale che economico, sfociata poi nella Belle Epoque e persino nella ripresa dell’avventura coloniale in Libia.
Inoltre, fu proprio dopo la morte del re che iniziò un progressivo potenziamento degli apparati di polizia e di intelligence del giovanissimo regno d’Italia, sfociati dopo la Prima guerra mondiale nella costituzione del Sim, il Servizio informazioni militare, vale a dire la versione ufficiale del primo servizio segreto italiano. Chi ci rimise con la morte di re Umberto, a parte lo stesso Umberto e Bresci, ovviamente, fu invece Villa Reale. Dopo la fine del monarca, quella che era una delle residenze estive preferite e più frequentate dai Savoia, venne abbandonata a se stessa.
Una curiosità storica: una delle prime pellicole girate dai fratelli Lumiere riprende proprio re Umberto mentre scende la scale della reggia di Monza con la regina Margherita che sale in carrozza. Si tratta di un minuto scarso di ripresa datato 1896 e basta una ricerca veloce su Youtube per trovarla. Spigolature a parte, dopo il regicidio, per la reggia iniziò un lento declino e una progressiva spoliazione di ogni suo bene, anche se sarebbe più corretto parlare di saccheggio. I Savoia non tornarono più a Monza e pare che Vittorio Emanuele III, ogni volta che gli capitava di transitare in treno o in carrozza per la cittadina brianzola, abbassasse le tendine. Come eredità di quel tragico giorno di tanti anni fa è rimasta la Cappella Espiatoria dove, ogni anno, si svolge la tradizionale cerimonia di commemorazione. Come dicevamo, la Cappella non è un monumento che può competere con Villa Reale e Duomo e probabilmente non era nemmeno nelle intenzioni dell’architetto, Giuseppe Sacconi, realizzare un’opera accattivante. Tuttavia, siamo sicuri che quanto a suspense e colpi di scena, siano poche le opere d’arte che possono vantare una storia come la sua.

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