L’EX OVOCOLTURA VALMONTE

Ovocoltura Valmonte

Il racconto di oggi lo iniziamo con un ricordo personale: fino a un po’ di anni fa, a spanne direi fino alla fine degli anni Novanta, passando lungo il tratto cinisellese di viale Brianza in direzione Milano, grosso modo dalla parte opposta del vecchio centro commerciale, era possibile notare due strani edifici. Anzi, l’aggettivo più corretto non è strani, ma inquietanti. Non balzavano subito all’occhio. Il traffico infernale in quel tratto di strada non consentiva (e non consente) distrazioni di sorta. Però, con la coda dell’occhio, senza voltare troppo la testa di lato, se ne potevano intravedere i tetti dietro una quinta di alberi spogli e ritorti. Tetti d’ardesia con gli abbaini in stile gotico inglese. Architettonicamente di pregio. Ma sfondati. Senza vetri. Con le travi di sostegno spezzate in due, nude sotto le intemperie, marce e gocciolanti. Facevano venire in mente una casa infestata dalle streghe, dai sabba e da stormi di pipistrelli. Immagini sinistre, che potrebbero tranquillamente appartenere a uno dei racconti più famosi della letteratura dell’orrore, “Il crollo di casa Usher”, scritto da Edgar Allan Poe: “Non so come fu, ma al primo sguardo ch’io diedi all’edificio, un senso intollerabile di abbattimento invase il mio spirito. Dico intollerabile poiché questo mio stato d’animo non era alleviato per nulla da quel sentimento che per essere poetico è semi piacevole, grazie al quale la mente accoglie di solito anche le più tetre immagini naturali dello sconsolato o del terribile. Contemplai la scena che mi si stendeva dinanzi, la casa, l’aspetto della tenuta, i muri squallidi, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi giunchi maleolenti, alcuni bianchi tronchi d’albero ricoperti di muffa; contemplai ogni cosa con tale depressione d’animo ch’io non saprei paragonarla ad alcuna sensazione terrestre se non al risveglio del fumatore d’oppio, l’amaro ritorno alla vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo”.

ovocoltura valmonte cinisello
L’ovocoltura Valmonte è stata fino alla Seconda Guerra Mondiale uno degli allevamenti più importanti d’Italia e d’Europa.

Invece no. Poe non c’entra. I due edifici non sono frutto della sua fervida immaginazione. Sono esisti, ed esistono realmente. Si trovavano in fondo a un viale di terra battuta che partiva direttamente dal lato destro di viale Brianza, dove, in un secondo flash, si poteva vedere anche il portale d’ingresso mezzo nascosto dalla vegetazione e chiuso con un vecchio cancello malandato. Quello purtroppo non c’è più. È sparito al termine dell’ennesimo piano di riqualificazione e potenziamento della strada, che a causa del traffico sempre più intenso ha avuto bisogno di nuovi svincoli, nuove banchine e nuovo guard-rail per far passare le migliaia di vetture in transito ogni giorno. Assicuriamo tuttavia che all’immagine di quei tetti distrutti e di quel portale cigolante, mancava solo la colonna sonora di un ululato di lupo. Sembra incredibile, ma è proprio così: atmosfere spettrali strette fra uno svincolo per la tangenziale e il raccordo dell’Autostrada A4. Impossibile immaginare un contrasto più netto. Ma qui siamo nell’hinterland di Milano, dove storia e tradizione si miscelano con degrado e urbanizzazione selvaggia dando vita talvolta a scorci inaspettati. E dove un antico allevamento di polli può persino diventare un luogo da racconto del terrore.

Proprio così, perché quei due edifici dall’aria sinistra altro non erano che i resti dell’Ovocoltura Valmonte, fino al Secondo Dopoguerra uno degli allevamenti più grandi e importanti d’Italia e d’Europa, mentre oggi, dopo anni di incursioni di vandali, progetti di recupero andati male e incendi devastanti, è solo una delle aree abbandonate più vaste della Lombardia. Parliamo infatti di circa 100 mila metri quadrati di superficie sui quali, all’inizio degli anni Venti, vennero realizzate le due palazzine. Quella più vicina alla strada era la direzione, quella dietro il magazzino. Tutto attorno pollai, prati, alberi da frutto, vialetti interni e contenitori di uova. Al massimo della sua capacità produttiva l’ex Ovocoltura contava novemila galline ovaiole e 25 mila animali di allevamento. In totale, 26 pollai a nove sezioni, cinquemila piante destinate alla vita delle galline, 1300 metri di strade e lunghi filari di alberi di quinta. Più che un allevamento, una piccola città nella città. La riproduzione dei pulcini avveniva per mezzo di incubatrici artificiali ad armadio capaci di contenere 10.800 uova. Tuttavia, il Secondo conflitto mondiale cambiò tutto. Quello che uscì da quei cinque anni e mezzo di guerra era un mondo completamente diverso e la Lombardia non faceva eccezione. Cambiarono i processi di industrializzazione, i costumi e i consumi. E un po’ alla volta l’Ovocoltura Valmonte fu costretta a ridurre i regimi di produzione, a licenziare dipendenti quando il Boom economico degli anni Cinquanta iniziò ad esaurire la sua spinta economica e ad imboccare il viale del tramonto a partire dagli anni Settanta. Un lento, ma inesorabile declino che si compì definitivamente negli anni Ottanta. Gli anni della Milano da bere, della americanizzazione selvaggia, della modernizzazione senza freni, dei grandi appalti e della spesa pubblica fuori controllo.

ovocoltura ciniselllo
I numeri delll’Ovocoltura Valmonte: 9 mila galline ovaiole e 25 mila animali di allevamento. In totale, 26 pollai a nove sezioni, cinquemila piante destinate alla vita delle galline, 1300 metri di strade e lunghi filari di alberi di quinta.

Negli anni Ottanta non c’era tempo per il passato, ma solo tanta voglia di nuovo. Ed è in quegli anni che decine di vecchie aree industriali dismesse vengono abbandonate definitivamente al loro destino. Gli anni Novanta, però, non hanno tardato a presentare il conto di quella terribile ubriacatura. Un conto salato. In un decennio di oblio l’ex Ovocoltura Valmonte si è trasformata in un hotel infernale. Le palazzine, dopo essere state depredate di tutto, dei mobili, dei marmi, delle attrezzature, degli impianti e delle suppellettili, sono diventate un rifugio per tossici, prostitute coi clienti e sbandati di ogni tipo. Tutto ciò che poteva essere rubato è stato rubato. Tutto ciò che poteva essere distrutto è stato distrutto. Compreso gli archivi dove erano custoditi i documenti dell’attività produttiva, i registri, le bolle, le schede dei dipendenti e i contratti di lavoro. Impareggiabile testimonianza di un tempo perduto dato alle fiamme forse per riscaldare gli ambienti durante le rigidi notti invernali. Che peccato, che scempio, che spreco. Poi, con l’arrivo del nuovo Millennio, quando l’ex Valmonte ha finito per diventare a tutti gli effetti un problema sanitario e, soprattutto di sicurezza, è arrivato il primo progetto di recupero. Un piano di grande respiro che si proponeva di trasformare quel pezzo di terra diventato terra di nessuno in una cittadella dei giovani. Un grande contenitore di iniziative dotato di fattoria didattica e maneggio. Di un centro benessere con piscina, sauna e idromassaggio. Di percorsi sportivi, di mercatini del gusto e casette dei sapori, di una giungla urbana e di un ponte tibetano. Ma anche di un palatenda da 2500 posti, di una pista per go kart elettrici e di una tensostruttura più piccola da 1000 posti per concerti, spettacoli, eventi musicali.

ovocoltura valmonte cinisello balsamo
L’ovocoltura Valmonte si trovava in fondo a un viale di terra battuta che partiva direttamente dal lato destro di viale Brianza.

All’inaugurazione partecipò anche un giovanissimo calciatore dalle enormi potenzialità, al quale tutti pronosticavano un avvenire luminoso. Il suo nome? Mario Balotelli, che però non ha portato molta fortuna. Dopo pochi anni d’attività, l’11 marzo del 2017, un incendio furioso ha mandato in cenere tutti i sogni di rilancio. Le fiamme hanno divorato il Pala K in poche ore e rispedito l’ex Ovocoltra diritta all’inferno. Le due palazzine, però, sono ancora lì. Nonostante tutto resistono. Non crollano. Una fitta rete di trabattelli impedisce che si accascino al suolo come sacchi vuoti. Una copertura artificiale sospesa sui tetti crollati protegge gli interni dall’acqua. Finestre e ingressi sono stati murati. Il perimetro e stato cintato con una rete. I malintenzionati girano alla larga. Non tutti, però. Dentro, le tracce di bivacchi notturni sono ancora visibili. Negli angoli ci sono materassi spelacchiati e sporchi. In mezzo alle stanze lattine di birra e cartoni di vino. In alcune stanze sono visibili anche i resti di qualche falò e in corridoio, appoggiato a un muro, c’è il cofano di una macchina chiaramente rubata. Nella stanza in fondo ci sono gli altri pezzi: il baule posteriore e il paraurti. Si tratta di un’Audi grigia con targa ucraina. Salire ai piani superiori è impossibile. Le scale non ci sono. I gradini sono stati rubati o sono malfermi. I pavimenti in parquet marci e anneriti scricchiolano sotto la suola delle scarpe. Dai soffitti penzolano fili elettrici e ragnatele. I muri sono stati imbrattati dalle solite scritte. Non ci sono fantasmi e nemmeno streghe. Visti da vicino i resti dell’ex Ovocoltura Valmonte non ricordano più le atmosfere gotiche di Edgar Allan Poe. Nonostante tutto, però, il fascino c’è ancora. Nonostante tutto, resiste.

Valmonte Cinisello

ovocoltura valmonte

 

Written By
More from REDAZIONE

IL BORGO RURALE DI MILANO

Il Duomo, il Castello Sforzesco, la Scala e il Cenacolo Vinciano. E...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *