PIAZZA SAN BABILA

Piazza San Babila

Esistono piazze come piazza del Campo a Siena, o piazza della Signoria a Firenze, oppure come la stragrande maggioranza delle piazze di Roma che devono essere viste. Sono talmente belle e suggestive che non si può fare altrimenti. Poi, per comprenderne fino in fondo il rilievo storico è anche giusto studiarle, ma prima di tutto devono essere viste. Al contrario, esistono invece piazze che pur vantando un certo pregio architettonico, più che viste dovrebbero essere raccontate. Il loro forte non sono infatti i palazzi che le circondano o le statue che le ornano, ma le storie che le hanno attraversate. Ecco, una di queste piazze è senza dubbio piazza San Babila, luogo simbolo e cuore contraddittorio di Milano dove, nel corso di quasi 40 anni, si sono mescolati shopping, attivismo politico, aperitivi con l’oliva, strategia della tensione, sottoculture giovanili di massa e anche la nascita di un partito politico. Piazza San Babila è una piazza dalla vocazione glamour e modaiola, ma che sotto i lustrini luccicanti del sabato sera nasconde un’anima inquieta.

La piazza è un perfetto esempio di architettura fascista. Nata negli anni Trenta sotto i colpi del piccone risanatore di Mussolini, trasmette al visitatore una forte sensazione di severità e austerità. Per chi non fosse pratico, si trova a cinque minuti a piedi da piazza Duomo e a dieci secondi da via Montenapoleone. Da piazza San Babila si dipartono alcune delle più importanti strade della città: via Vittorio Emanuele, corso Europa, via Borgogna, corso Venezia, corso Matteotti e corso Monforte. Ecco, come direbbe il maestro Carlo Lucarelli, non dimentichiamoci di corso Monforte, perché dopo ci tornerà utile.

Piazza San Babila
In piazza San Babila nel corso di quasi 40 anni, si sono mescolati shopping, attivismo politico, aperitivi con l’oliva, strategia della tensione, sottoculture giovanili di massa e anche la nascita di un partito politico.

All’inizio era poco più di uno slargo davanti all’omonima chiesa sul quale si affacciavano quelli che i milanesi con qualche anno alle spalle ricorderanno come le Case Veneziane, costruite nel 1859 sull’onda emotiva dalla mancata annessione di Venezia all’Italia, e per tale motivo stilisticamente progettate come omaggio alle costruzioni lagunari. Al loro posto venne realizzato il massiccio edificio di Giò Ponti e sull’altro lato, all’angolo con corso Matteotti, che al tempo era corso Littorio, venne costruito il primo grattacielo di Milano, vale a dire la Torre Snia Viscosa, il quartiere generale del colosso chimico che aveva in Brianza, a Varedo, uno dei centri di produzione più importanti del paese, oggi ridotto a una vera e propria azienda fantasma. Alta 59 metri e 25 centimetri, la Torre fa quasi tenerezza di fronte ai giganti costruiti in questi ultimi anni, ma all’epoca era quanto di più avveniristico si potesse progettare e i cronisti dell’epoca la ribattezzarono molto poeticamente “Rubanuvole”.
Piazza San Babila fu colpita dai bombardamenti alleati del ’43, ma quell’impronta architettonica dall’inconfondibile linea fascista è sopravvissuta. Anzi, a guardare bene è come se avesse impresso una direzione ben precisa al resto della sua storia, che a partire dalla fin degli anni Sessanta entrò decisamente nel vivo. Fino al 1969, infatti, piazza San Babila era più o meno quello che è adesso: un luogo dove fare acquisti nei negozi più chic, sorseggiare un Martini magari seduti a uno dei tavolini esterni se il tempo lo consentiva e darsi appuntamento per andare al cinema a o mangiare una pizza. Il bar Motta, il Pedrini, il Gin Rosa erano i locai più frequentati.

Piazza San Babila
Fino al 1969 piazza San Babila era più o meno quello che è adesso: un luogo che combina mondanità e lusso.

Già, ma cosa succede nel 1969 di così importante da stravolgere completamente la storia della piazza e di tutta la città? Un fatto all’apparenza insignificante. Ricordate corso Monforte? Ecco, lì, al civico 13, i dirigenti del Movimento sociale italiano aprirono una sede della Giovane Italia, il movimento giovanile del partito. Grazie alla sua posizione centrale e alla vicinanza ai bar di piazza San Babila, la sede iniziò a essere subito frequentatissima. All’università Statale di Milano c’erano giovani del Movimento Studentesco che parlavano di rivoluzione, in corso Monforte invece c’erano altri giovani che discutevano di colpo di stato. Comunisti contro fascisti, per farla semplice. I primi giravano coi capelli lunghi, i jeans scoloriti e l’eskimo; i secondi indossavano RayBan, stivali a punta e giacche di pelle nera. I primi erano molto numerosi e controllavano tutte le scuole e le università della città. I secondi fecero invece di piazza San Babila la loro roccaforte. Tuttavia, quando i dirigenti del Msi capirono che la sede di corso Monforte gli stava scappando di mano a causa di tutto quel via vai di giovani, decisero di chiuderla. I ragazzi, però, non si spostarono nella nuova sede aperta in zona periferica, ma rimasero in San Babila, dando vita in quel preciso istante ai Sanbabilini e inaugurando nello stesso momento una stagione di scontri sempre più violenti con i coetanei in eskimo. Erano anni in cui la politica non si faceva sui social, ma per strada a suon di comizi, cortei e sprangate. L’esperienza della San Babila nera e dei Sanbabilini (la prima volta che il termine compare sul Corriere della Sera è nell’inverno del 1973) dura più meno cinque anni, ma in quel breve lasso di tempo la piazza glamour e luccicante di oggi è stata al centro di alcune delle trame più oscure della nostra storia recente: il mancato attentato sul direttissimo Torino-Genova-Roma del 1973 e la strage di piazza della Loggia a Brescia un anno dopo, giusto per citare due episodi di maggior rilievo.

Piazza San Babila
Piazza San Babila è stata un luogo centralissimo della Milano e dell’Italia politica del XX secolo.

Difficile immaginare la San Babila di oggi frivola e consumistica in assetto da battaglia. Eppure, è proprio ciò che accadde. Poi, a partire dal 1975 la San Babila trincea nera iniziò a svanire progressivamente. Gli incidenti e gli scontri no. Quelli andarono avanti ancora per qualche anno, ma l’opera di bonifica avviata da polizia e carabinieri spinse i giovani neofascisti a cercarsi altri bar in cui stazionare. Nel 1981, tuttavia, quando la piazza sembrava avviata a recuperare la sua quotidianità, successe un’altra cosa anch’essa all’apparenza insignificante, forse ancora più insignificante dell’apertura della sede della Giovane Italia in corso Monforte di dieci anni prima. Stiamo parlando dell’inaugurazione di un negozio Burghy, il primo (o uno dei primi) negozio di hamburger d’Italia e della contestuale crescita attorno al locale del fenomeno giovanile dei Paninari. Il termine deriva da un altro locale di Milano, “Al panino”, in piazzetta Liberty, dove si trovavano i primi nuclei di ragazzi, ma fu di fronte al Burghy, all’angolo con corso Europa, che la moda letteralmente esplose. Qualcuno li considera i nipotini dei Sanbabilini, ma è meglio non cadere nell’equivoco. Fra i Paninari non c’era impegno politico, ma solo disimpegno, e negli anni Ottanta la contrapposizione non era più fra fascisti e comunisti, ma fra Paninari, Metallari e Dark, vale a dire quelle che i sociologhi definirebbero sottoculture giovanili. I segni distintivi del paninaro erano Timberland, Monclair, abbronzatura artificiale e la pettinatura mullet, vale a dire capelli lunghi dietro, ma corti davanti. Anche Bono Vox, il cantante degli U2, li portava così e in un’intervista di qualche tempo fa ha dichiarato che è l’unica cosa di cui si è pentito veramente. Scherzi a parte, così come i Sanbabilini sono stati il simbolo di una certa Milano che aveva paura a uscire di casa la sera, i Paninari hanno segnato l’avvento di un’altra epoca, quella della Milano da bere, del Drive In e di Silvio Berlusconi, che proprio in pazza San Babila ha scritto uno dei più importanti capitoli della sua storia politica.

Piazza San Babila
San Babila è storia anche recente: nel 2007 Berlusconi pronunciò “il discorso del predellino” e fondò il Popolo delle Libertà proprio in San Babila.

Facciamo un salto avanti di qualche anno fino alla sera di sabato 18 novembre 2007. Il clima politico era teso da mesi. Al governo c’era Romano Prodi, Berlusconi guidava l’opposizione e premeva per andare al voto. In piazza San Babila, al termine di una manifestazione organizzata dal centro destra, il cavaliere di Arcore fece una cosa che nessuno aveva mai fatto prima: salì sul predellino della sua auto e, di fronte a una piazza gremita di gente, annunciò la nascita del Popolo della libertà. Oggi sui giornali quell’episodio viene ricordato come “il discorso del predellino”, che prese tutti in contropiede, avversari, alleati e giornalisti. Era la prima volta nella storia politica d’Italia che un partito veniva fondato per strada e la cosa non poteva che accadere in piazza San Babila, che a quanto pare non è una piazza come tutte le altre. È una piazza a suo modo unica, che va raccontata più che vista. D’altro canto Milano vanta una peculiarità che riguarda molte delle sue piazze: un certo pezzo della storia recente dell’Italia può essere raccontato proprio attraverso loro. Piazza San Sepolcro, a pochi passi dal Duomo, ha visto nascere il fascismo (e pochi mesi prima anche l’Associazione industriali d’Italia), piazzale Loreto ne ha visto invece la fine, con Mussolini, la Petacci e gli altri gerarchi appesi a testa in giù alla pensilina di una stazione di servizio che si trovava più o meno dove adesso c’è il supermercato cinese Aumai. E poi c’è piazza Fontana con la bomba esplosa all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969: 17 morti, decine di feriti e un paese, l’Italia, che quel giorno perse definitivamente l’innocenza. O almeno questo è quello che dicono gli storici. Conoscere le piazze di Milano significa in definitiva conoscere la storia del nostro paese e ricordare la storia di piazza San Babila con tutte le sue contraddizioni significa capire Milano.

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