PIZZO DI CERNOBBIO

Pizzo di Cernobbio

Nel 2014 l’Huffington Post lo classificò come uno dei laghi più belli del mondo e, in effetti, è proprio così: il lago di Como è veramente un posto molto suggestivo. Vette innevate d’inverno, piccole spiagge assolate d’estate, fantastiche ville nobiliari e piccoli borghi caratteristici che fanno venire voglia di andarci a vivere, proprio come ha fatto George Clooney. Ma il lago di Como non è solo un posto che vale la pena visitare per le sue bellezze naturali. È anche un posto dove sono state scritte pagine importanti di storia. A Colico, per esempio, c’è il forte Fuentes, uno dei capisaldi della Linea difensiva Cadorna di cui abbiamo già parlato nella puntata dedicata al castello di Cuasso, ma soprattutto c’è la sponda occidentale del lago, che da sola meriterebbe di finire dentro i libri di storia delle scuole.È stato proprio lì, lungo la via Regina, l’antica strada che va da Como al Ponte del Passo, che si è consumato l’ultimo atto del Fascismo e di Mussolini: la cattura a Musso, la fucilazione a Giulino di Mezzegra e la sparizione dell’oro di Dongo, vale a dire i soldi, i gioielli e i documenti segreti che Mussolini e i gerarchi trasportavano durante quel loro disperato tentativo di fuga. Sugli ultimi istanti di vita di Mussolini sono stati scritti molti libri da persone che se ne intendono molto più di noi. Quindi, non ci mettiamo nemmeno. Tuttavia, c’è un episodio accaduto nelle settimane subito dopo il 25 aprile del 1945, quando oramai i riflettori della storia si erano spenti, che è rimasto nella penombra per tanti anni e che ancora oggi continua a essere avvolto dal mistero. È la morte della partigiana Giuseppina Tuissi, nome di battaglia Gianna, avvenuta in uno dei luoghi più belli e al tempo stesso inquietanti di tutto lago: il pizzo di Cernobbio.
Il pizzo di Cernobbio si trova poche centinaia di metri fuori dall’abitato in direzione Nord. È una rocca dalla quale si può ammirare un panorama mozzafiato: a sinistra la Seicentesca Villa Pizzo, a destra l’altrettanto splendida Villa D’Este e, di fronte, se la giornata è sufficientemente limpida, si può vedere anche la Torre Voltaica. Basta però abbassare lo sguardo per tramutare l’estasi in inquietudine perché proprio in quel punto il lago fa una fossa di oltre 200 metri ed è lì che è stato buttato il cadavere di Gianna, con tutti i segreti legati alla sparizione dell’oro di Dongo.

Pizzo di Cernobbio
Il pizzo di Cernobbio si trova poche centinaia di metri fuori dall’abitato di Cernobbio in direzione Nord. È una rocca dalla quale si può ammirare un panorama mozzafiato.

Gianna non era un partigiano qualsiasi. Era una staffetta della 52esima Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” che operava nel comasco. Quindi, era una tipa tosta, una ragazza abituata a convivere tutti i giorni con la paura di essere catturata e torturata e, soprattutto, era l’incaricato dal comando del raggruppamento di inventariare i beni sequestrati ai fascisti, un compito che svolse in uno degli uffici del municipio di Dongo assieme all’impiegata comunale Bianca Bosisio. Inutile dire che di quegli elenchi non c’è più traccia, altrimenti non saremmo qua scrivere di misteri e sparizioni. Ma il problema è che a sparire non furono solo gli elenchi, ma anche tutte quelle persone che volevano trasmetterli a Roma affinché l’oro di Dongo finisse nelle casse dello Stato Italiano.
Il primo a sparire fu Luigi Canali, nome di battaglia Capitano Neri, figura simbolo della Resistenza comasca e amante di Gianna. Secondo alcuni storici fu proprio lui a sparare il colpo di grazia al duce il 28 aprile e a firmare nel pomeriggio di quello stesso giorno un ordine di riconsegna di tutti i beni sequestrati ai fascisti. Canali sparì la mattina dell’8 maggio del 1945 dalle parti di Milano. Si alzò dal letto, salutò la madre dicendo che aveva una missione da compiere e poi più niente.

Pizzo di Cernobbio
Il pizzo di Cernobbio è legato alla morte della partigiana Giuseppina Tuissi, nome di battaglia Gianna.

Canali però aveva parlato con Gianna, che a quel punto, preoccupata per la scomparsa del suo uomo, iniziò a fare domande in giro. In sella a una bicicletta iniziò a fare su e giù lungo la via Regina in cerca della verità. Era una staffetta partigiana ostinata e innamorata. Ma il 23 giugno, giorno del suo ventiduesimo compleanno, qualcuno la prese, la portò in località pizzo di Cernobbio, la fece salire in piedi sul muretto che c’era dove adesso c’è una balaustra e le sparò, lasciandola poi cadere in quella foiba liquida profonda più di 200 metri.
Dopo di lei, la stessa sorte toccherà ad altre tre persone, amici ai quali Gianna aveva confidato i suoi timori e i suoi sospetti, più un giornalista, Franco D’Agazio, colpevole di avere fatto parte della Rsi e di avere fatto anche lui troppe domande sull’oro di Dongo.

Pizzo di Cernobbio
Il pizzo di Cernobbio, uno degli ultimi luoghi del mistero dell’Italia fascista.

Per questi fatti di sangue finirono sotto inchiesta diversi esponenti di spicco del Pci lombardo. Il processo iniziò il 29 aprile del 1957, ma non si concluse mai. Per Gianna, Neri e tutti gli altri non si è mai arrivati ad alcuna verità giudiziaria che aiuti a fare luce sulla loro fine e sulla fine dell’oro di Dongo.
L’elezione a parlamentare di alcuni imputati e la successiva amnistia fecero cadere un silenzio lungo 40 anni su tutta la vicenda e, forse, ha contribuito anche la bellezza del luogo a narcotizzare la memoria: com’è possibile che in un posto così bello siano accadute cose tanto terribili?
Ogni tanto, però, così come è accaduto meno di un anno fa, le correnti di quel tratto di lago, anziché inghiottire e trascinare sul fondo i cadaveri, restituivano ossa e teschi come se volessero impedire di dimenticare del tutto. Uno dei primi a mettere nero su bianco i suoi ricordi di quel periodo è stato Giulio Isola, ex sindaco di Cernobbio, all’epoca giovane militante comunista. In una ricerca realizzata qualche anno fa, l’ex primo cittadino ha ricordato attraverso il filtro della sua memoria quei giorni tragici della Primavera-Estate 1945: quel tratto di strada dell’antica via Regia che corre a picco sul lago, quel muretto su cui venivano fatti salire i nemici da eliminare a tutti costi e poi un colpo di pistola. E se il proiettile non bastava, l’acqua gelida e le correnti facevano il resto. L’ex sindaco ha ricordato come i primi a utilizzare questo macabro rituale furono i fascisti, poi emulati dai partigiani nei mesi successivi alla Liberazione.

Pizzo di Cernobbio Como
Tra i primi a mettere nero su bianco i ricordi della vicenda del Pizzo di Cernobbio è stato Giulio Isola, ex sindaco di Cernobbio.

Le memorie dell’ex sindaco Isola non sono però l’unico libro su Gianna e sulla sua fine. Altri saggi si sono occupati di lei, della sua morte e della sparizione dell’oro di Dongo, ma secondo noi una storia come questa meriterebbe di uscire dai confini della ricerca storico-scientifica per raggiungere un pubblico ancora più vasto. Una storia come questa potrebbe essere trasformata in un romanzo giallo. O forse no, forse non sarebbe possibile visto che nella storia di Gianna niente torna, mentre in un thriller che si rispetti alla fine il detective di turno deve dare una spiegazione a tutto. Una vicenda come questa allora potrebbe essere inserita nei libri di storia contemporanea usati nei licei e negli istituti tecnici perché aiuterebbe le nuove generazioni a fare i conti con un passato che non passa mai.

 

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