IL POZZO DI LISSONE

Pozzo Lissone

È noto in tutto il mondo: Lissone è la patria del mobile. Basta pronunciare il nome della cittadina alle porte di Monza per evocare l’immagine di antiche botteghe artigiane coi pavimenti ricoperti di trucioli, di falegnami ricurvi sul tavolo di lavoro a dare di pialla o di show – room vellutati dove vengono messe in vendita credenze, divani e cucine. Lo sanno tutti: Lissone è la città del mobile. Lo dicono anche i cartelli d’ingresso e alcuni dati statistici relativi agli anni settanta fanno capire molto bene il senso di questa affermazione: in quel tempo la città contava più di 20 mila abitanti, la metà quali impegnata a produrre mobili, mentre l’altra metà a venderli.

Dici Lissone, insomma, e dici mobili, ma non è in questa attività, valsa fama internazionale, a rappresentare l’origine della cittadina. Non è in una cabina armadio che i lissonesi possono cercare e trovare le loro radici. No. E’ in un pozzo e per la precisione nel pozzo “Numero due” di via San Giorgio, nel quartiere Santa Margherita, una delle strade più trafficate della città, preda ogni giorni di migliaia di auto, moto e camion, simbolo della routine viabilistica che affligge i pendolari di ogni latitudine, ma che invece rappresenta un’importante pagina di storia locale, mischiata come sempre accade in questi a un po’ di mistero. Nel suo “Diario del viaggio in Brianza” Stendhal descriveva la Brianza come una terra povera d’ acqua. Aveva ragione. Nonostante fosse distratti dalle belle ragazze locali, aveva capito che questa zona non era come il sud Milano, terra ricca di fontanili e marcite. In Brianza l’acqua bisognava portarcela, magari realizzando un canale artificiale come fece Villoresi agli inizi dell’Ottocento. Lissone, però, fa eccezione.

Lissone Pozzo

Pur essendo la più classica delle città di pianura, dove una volta al posto di capannoni e condomini c’erano prati a perdita d’occhio, il sottosuolo della città del mobile sembra essere particolarmente ricco d’acqua. Piccola divagazione: grazie a questa abbondanza, in zono crescevano rigogliose centinaia di Lecci, una quercia particolare, dal legno duro, difficile a lavorare, ma molto compatto e resistente. L’ideale per produrre mobili. Ma è l’acqua che ci interessa e la circostanze che nel sottosuolo di Lissone ce ne fosse in abbondanza, favorì i primi insediamenti. D’altro canto si sa, l’acqua è vita. Senza, non si può fare niente: non si può mangiare, non si può cucinare, non ci si può lavare e nemmeno lavorare. Le zone dove avvengono i primi insediamenti, siamo nel II o al massimo nel I secolo Avanti Cristo, sono quella di cascina Aliprandi, cascina Santa Margherita e cascina Bini. A nord dell’attuale centro storico. E’ lì che vengono scavati i primi pozzi. Due ne possedeva cascina Aliprandi, due cascina Santa Margherita e uno cascina Bini.  Fino ai primi dl XX secolo cascina Aliprandi aveva anche una ghiacciaia, con accanto l’appezzamento di terreno che in inverno veniva allagato consentendo la formazione del ghiaccio che era poi tagliato e stoccato nell’apposita camera di conserva per il mantenimento delle derrate alimentari. Pozzo è sinonimo di stanzialità. Di casa e di lavoro. Ma anche di aggregazione e socialità. Il pozzo era un po’ come il bar di oggi.

Un punto di ritrovo dove scambiare quattro chiacchiere con gli amici e la sua importanza storica è data dalla garanzia di avere sempre acqua a portata di mano. Certo, non come adesso che basta girare un pomello o azionare una leva per averne in quantità, così tanta da illudersi che sia infinita. Una volta l’acqua la si “pescava” col secchio due o tre volte al giorno, la si portava a casa non senza fatica e la si usava con una certa parsimonia. I pozzi di cascina Aliprandi, cascina Bini e cascina Santa Margherita garantivano acqua a tutta la comunità lissonese e a differenza di altri contadi, dove il pozzo era privato e la distribuzione dell’acqua era anche sinonimo di potere, i pozzi lissonesi erano ordinari e pubblici, sottolineando così una gestione della vita quotidiana più democratica che da molte altre parti. Negli anni a venire, Lissone si è sviluppata attorno ai pozzi. Im città ce ne erano parecchi e di recente l’amministrazione comunale ha incaricato Giancarlo Padova, presidente dell’associazione Speleogica di Milano, di raccontarne la storia. Ne è uscito un libro molto interessante dal titolo “Le radici di Lissone” dove ne vengono individuato sette, i sette pozzi della memoria di Lissone. Ed è  stato su uno quei primi pozzi che, nel 1934, l’ex Podestà di Lissone diede mandato di realizzarne uno nuovo. Il pozzo “Numero due”, appunto, protetto dietro a un alto muro di cinta sul quale, accanto al numero civico 3, è affisso un cartello con la scritta Asml, vale a dire la vecchia municipalizzata del Comune oggi interamente assorbita da Brianzacque, la nuova multiutility brianzola che gestisce il ciclo integrato dell’acqua e che ha ereditato funzioni, competenze e pozzi. Il “numero due”, in particolare, è perfettamente funzionante e mantenuto, dotato di argano e puteale, tanto che appena lo si vede si è colti da un’irrefrenabile desiderio di addossarci e urlare sul fondo per sentire l’eco.

Pozzo Lissone Santa Margherita

Ma soprattutto è dotato di scala a chiocciola e impianto di illuminazione per scendere sul fondo, vale a dire a quasi 55 metri sotto livello stradale. La scala e l’impianto elettrico non sono stati rifatti, sono quelli originali, e i mattoni coi quali sono state rivestite le pareti dopo la trivellazione arrivano dalla fornace di Briosco. Sul muro accanto è stata appesa una targa di pietra dove sono state incisi i dati anagrafici dell’opera: “Sa cooperativa acqua potabile fondata nel 1910 – Avampozzo metri 31, Artesiano  metri 22,80, Profondità raggiunta metri 53,80 – Anno 1934”. Ma il pozzo, oltre a quella materiale, ha anche una dimensione culturale. Ha ispirato bellissimi quadri e Cezanne e Signac, ma anche racconti e libri. Il pozzo è il pendolo di Poe, per fare un esempio, che attinge a piene mani in quella tradizione che attribuisce a questi manufatti una line magico e di mistero. Il pozzo scende nelle profondità della terra, secondo molte culture è connesso con la dimensione dei morti. Nella tradizione araba è considerato la porta dell’inferno, in Irlanda le leggende sui pozzi, a partire da quella di San Patrizio, si inseguono, secondo la tradizione tedesca invece è associato alla capacità prevedere il futuro, e in molti casi si ritiene che in fondo al pozzo risiedano esseri particolari, come fate, ninfe oppure esseri soprannaturali come gli spiriti. E il nostro pozzo, il pozzo “Numero due” di Lissone non fa eccezione. Narra infatti una leggenda che sia abitato da un fantasma. In passato, gli operai addetti alla manutenzione, non avevano problemi a intervenire per dei guasti che accadevano di giorno. Un po’ meno, di notte.  “La c’è un fantasma” dicevano e non c’era promessa di paga extra che potesse convincerli ad andare. In realtà, i rumori che sentivano e che li avevano convinti della presenza di una qualche forma di vita soprannaturale, era solo il gorgoglio dell’acqua sul fondo amplificato dal silenzio della notte e dalle pareti del pozzo stesso. Lo scorso sempre Brianzaacque, l’azienda pubblica che gestisce industrialmente il servizio idrico in Brianza, ha organizzato visite guidate allo storico pozzo numero due che hanno riscosso molto successo. Così tanto che il manufatto è stato inserito anche nella manifestazione della Provincia Ville Aperte.

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