LE RADIO ALLOCCHIO BACCHINI

Radio Allocchio Bacchini

Sono pochi gli oggetti capaci di evocare suggestioni ed epoche lontane come una radio. Non stiamo parlando della musica o di un programma di intrattenimento, ma dell’oggetto in sé, che a prescindere dal fatto che sia acceso o spento, funzionante o rotto, ha il magico potere di suscitare immagini d’altri tempi. Ci sono per esempio quelle radio lunghe come transatlantici, piene di luci, tasti e altoparlanti grossi come pentole, che fanno venire in mente gli anni Ottanta. Oppure ci sono le radioline portatili, quella con la fettuccina di pelle attaccata di lato, che nelle domeniche degli anni Sessanta e Settanta diventavano una vera e propria prolunga della mano di ogni uomo appassionato di calcio “costretto” a una gita fuori porta coi parenti o a una passeggiata in centro per negozi con la fidanzata. E poi ci sono quelle coi pannelli in legno, dalla forma bombata, con le manopole bianche per la ricerca della frequenza che fanno venire in mente gli anni Trenta, quando le famiglie si radunavano in salotto dopo cena per ascoltare il notiziario serale. In quegli anni prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale i modelli più diffusi erano quelli prodotti dalla ditta AllocchioBacchini, storica azienda milanese fondata nel 1920 dagli ingegneri Antonio Allocchio e Cesare Bacchini.

Il primo stabilimento venne aperto in corso Sempione 93, guarda caso a poche decine di metri di distanza dal civico 27, dove nel 1952 venne avviato il centro di produzione Rai. Ma nel tempo ne aprì altri a Caronno Pertusella e Saronno, nel Varesotto, e a Barlassina, in Brianza, diventando una delle più importanti aziende italiane del settore. Negli anni Quaranta, momento di massima espansione, arrivò a contare oltre due mila dipendenti, ma oggi di quei laboratori che hanno scritto pagine indelebili della storia della comunicazione in Italia rimane poco. Agli anni, al degrado e all’oblio è sopravvissuta solo la struttura di Barlassina, un’isola di vecchi capannoni grigi in mezzo a un mare di sterpaglie e vegetazione selvaggia in corso Garibaldi 122. Per spiegare quanto fossero diffuse le radio Allocchio Bacchini a ridosso della Seconda guerra mondiale vale la pena ricorrere ancora una volta a un film: “I due colonnelli”, una pellicola degli anni Sessanta con Totò nella parte del colonnello Antonio Di Maggio e Nino Taranto nei panni del sergente Quaglia. Nel film i due stanno conducendo una missione militare in Grecia nel 1943, quando il 25 luglio dal comando italiano arriva la comunicazione sconvolgente delle “dimissioni” del duce. La guerra è finita, esulta il sergente Quaglia-Nino Taranto. Ma quando mai, replica il colonnello Di Maggio-Totò, che aggiunge: la guerra va avanti, io la guerra ce l’ho nel sangue, io sono un guerrafondaio e voi siete uno iettatore. La scena si svolge interamente davanti a una gigantesca radio Allocchio Bacchini, la Rf 4, per la precisione, dalla quale esce la voce dello speaker di regime interrotta dai fischi striduli della frequenza che salta, e si conclude nel modo più esilarante possibile: il sergente Quaglia che preso dallo sconforto per una pace ancora lontana chiude un dito del colonnello Di Maggio nel coperchio della radio. Basta un clic su You Tube per vederla e farsi due sane risate.

Radio Allocchio Bacchini
Una radio Allocchio Bacchini protagonista del film “I due colonnelli” con Totò e Nino Taranto.

Ma al di là della comicità irresistibile di quella coppia, ciò che conta dire è che assieme alla Caproni, alla Safar, alla Motta, all’Alemagna e ad alcuni altri marchi storici milanesi, l’Allocchio Bacchini faceva parte dell’immaginario collettivo di quegli anni. Quella era una Milano coraggiosa e fantasiosa. Invenzione e produzione. Il commercio c’era ma non aveva ancora conquistato tutti gli spazi lasciati liberi dall’industria come sta accadendo oggi (o come è già accaduto). Mussolini, stranamente, non vedeva di buon occhio la diffusione della radio, al contrario invece del padre del suo futuro genero, Costanzo Ciano, al tempo ministro alle Poste. Dopo qualche anno di tira e molla, nel 1924 il conte di Cortellazzo ebbe la meglio sul duce e riuscì a dare via libera alla prima stazione trasmittente da parte dell’Unione radiofonica italiana (Uri), una società costruita da Guglielmo Marconi che può essere considerata come la nonna della Rai.

Radio Allocchio Bacchini
L’ex stabilimento di Seveso dell’Allocchio Bacchini, oggi in disuso.

La data fatidica del primo annuncio, il giorno in cui chi poteva accese la sua radio Allocchio Bacchini e si sistemò comodo in poltrona ad ascoltare, arrivò il 6 ottobre del 1924. E con lui anche uno strano mistero sull’identità dell’annunciatrice. Le cose andarono così. Alle 21 dalla radio una voce di donna disse queste precise parole: «Uri, Unione Radiofonica Italiana. 1-RO: stazione di Roma. Lunghezza d’onda metri 425. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto e il nostro buonasera. Sono le ore 21 del 6 ottobre 1924. Trasmettiamo il concerto di inaugurazione della prima stazione radiofonica italiana, per il servizio delle radio audizioni circolari, il quartetto composto da Ines Viviani Donarelli, che vi sta parlando, Alberto Magalotti, Amedeo Fortunati e Alessandro Cicognani eseguirà Haydin dal quartetto opera 7 primo e secondo tempo”. La trasmissione durò una mezz’oretta e poi, “per far riposare le esauste valvole”, l’esecuzione dei musicisti fu interrotta. Ma non è questo il problema. Se avete letto con attenzione, avrete notato che l’annunciatrice si presenta da sola. Si tratta di Ines Viviani Donarelli, abile violinista, moglie del primo direttore artistico della radio di stato e, a quanto pare, speaker improvvisata. Tuttavia, non sappiamo dire per quale motivo, successivamente l’annuncio venne modificato. La frase “che vi sta parlando” venne tagliata e il tutto venne attribuito a Maria Luisa Boncompagni, la prima annunciatrice assunta in Italia con concorso.

Come abbiamo detto, non sappiamo spiegare le ragioni di questo scippo, scoperto solo di recente, ma le cose andarono proprio così. Viene da dire che forse è nel Dna nelle trasmissioni radio e tv il fatto di scatenare invidie e gelosie. O forse è solo la dimostrazione pratica che uno dei generi che funziona meglio in radio, ma anche in tv, è il giallo. Comunque sia, a partire da quel lontano 6 ottobre del 1924, l’Allocchio Bacchini conobbe un’ascesa inarrestabile. Iniziò la produzione della famosa serie Radialba, alla quale negli anni seguenti si aggiunsero altri modelli “popolari”, buoni per tutte le tasche o quasi, come radio Balilla, radio Rurale e radio Roma e sempre in quel periodo avviò anche la produzione delle prime autoradio, quelle della serie Autonola.

Radio Allocchio Bacchini
Dopo la guerra e un paio di dissesti finanziari, l’Allocchio Bacchini tornò sul mercato con fortuna negli anni Cinquanta e Sessanta producendo anche televisori. Ma la concorrenza dei prodotti stranieri la costrinse alla definitiva chiusura.

Nel 1939, assieme alla Magneti Marelli, Allocchio Bacchini creò un impianto sperimentale per le trasmissioni televisive che venne installato in parco Sempione e, come dicevamo, non è un caso che la sede milanese della Rai si trovi proprio lì, a pochi passi. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale costrinse l’azienda a convertire la produzione da civile in bellica e nel 1943 i violenti bombardamenti su Milano fecero saltare in aria anche gli stabilimenti di corso Sempione 93, costringendo l’azienda ad aprirne uno nuovo a Caronno Pertusella in una vecchia filanda. Dopo la guerra e dopo un paio di dissesti finanziari che ne causarono brevi chiusure, l’Allocchio Bacchini tornò sul mercato con discreta fortuna negli anni Cinquanta e Sessanta producendo anche televisori. Ma la concorrenza dei prodotti stranieri la costrinse alla definitiva chiusura. Oggi Allocchio Bacchini è un nome che dice qualcosa solo agli appassionati. On line e sui siti specializzati le sue radio vanno a ruba, arrivando a costare anche un migliaio di euro. Di quella gloriosa fabbrica, però, non rimane nulla se non uno stabilimento abbandonato e divorato dal degrado in corso Garibaldi 122 a Barlassina.
Si tratta di uno dei tanti (o troppi) luoghi dimenticati della Lombardia che finiscono sotto i riflettori solo quando nei consigli comunali si accendono le polemiche sul loro futuro, normalmente sospeso a metà fra la costruzione di nuovi complessi residenziali e l’apertura di nuovi centri commerciali.

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