SIMONE PIANETTI. IL DIAVOLO ANARCHICO

Simone Pianetti

Spietato assassino o versione locale di Robin Hood? Primula inafferrabile nonostante l’ingente dispiegamento di forze o paranoico omicida senza scrupoli? Diavolo o acqua santa? Simone Pianetti, che vide la luce a metà dell’Ottocento nel cuore della Val Brembana, è un uomo che un bel giorno fece fuori sette persone e basta o è un eroe senza macchia e senza paura contro il sistema? Diciamolo subito: noi di Storie Dimenticate non abbiamo la risposta, non siamo in grado di dire se Simone Pianetti, che aveva fatto di tutto per emergere col sudore della sua fronte, sia buono o cattivo. Ciò che possiamo fare tuttavia è raccontare la sua storia, lontana nel tempo e nella memoria, e lasciare al lettore la facoltà di decidere da solo. Ciò che possiamo fare e narrare le sue gesta, provare a riferire le sue azioni che fluttuano in quella zona grigia che solo l’intimo umano può decifrare.

Non sono frequenti le nostre incursioni nella cronaca nera. Salvo alcuni casi, come Vincenzo Verrzeni, il vampiro di Bergamo, preferiamo lasciare ad altri il compito di occuparsi di omicidi e affini. Tuttavia la vicenda di Simone Pianetti, nato nel 1858 a Lavaggio, frazione di Camerata Cornello, in provincia di Bergamo, è talmente “al confine” che vale la pena di essere riferita. Simone Pianetti si muove fra leggenda e massacro con la leggerezza di una libellula, fra l’essere diventato un simbolo della cultura popolare bergamasca e l’essere uno spree killer con la grazia di una prima ballerina della Scala.

Simone Pianetti Anarchico

Fin da ragazzo era un tipo particolare, da prendere con le molle, se è vero, come raccontano le cronache, che ancora giovane esplose una fucilata contro il padre senza colpirlo per una questione di eredità. Poi all’età di 20 anni emigrò negli Stati Uniti con la speranza di fare fortuna. La realtà della valle gli stava stretta. Spirito ribelle. Bigotti e conservatori non facevano per lui e nella Est Coast degli Usa cercava un’occasione per sfondare. Incontrò diversa gente, fece diversi lavoretti, entrò in contatto con gli ambienti anarchici e alla fine aprì un negozio di frutta e verdura con Antonio Ferrari, uno dei suoi amici. Tuttavia, la mafia voleva il pizzo, i picciotti davano protezione, si fa per dire,  in cambio di soldi, molti soldi. Simone Pianetti, quindi, non trovò di meglio da fare che denunciarli alla polizia, provocando però la loro reazione. Che non si fece attendere. Fecero fuori il suo amico e lui, per evitare di fare la stessa fine, tornò in Italia, nella sua valle, a Camerata. E anche qui le cose non andarono molto bene, tanto che fece fuori sette persone. Ma non corriamo troppo.

Prima di imbracciare il fucile e ammazzare tutta quella gente, Simone Pianetti si sposò ed ebbe la bellezza di nove figli.  La valle sembrava destinata crescere, i turisti non mancavano e San Pellegrino Terme era a un tiro di schioppo. Ci riprovò a farsi una vita aprendo prima un trattoria con annessa balera e poi un mulino elettrico, decisamente rivoluzionario per quell’epoca. Entrambi i tentativi di fare impresa però non funzionarono. Dopo un’iniziale successo, nessuno si serviva da Simone Pianetti. Nessuno entrava in quel bar e nessuno acquistava la sua farina. O se lo faceva era per tirargli un bidone. Le due iniziative fallirono e Simone Pianetti sapeva il perché: lo avevano boicottato, quei bigotti, stupidi e conservatori avevano fatto in modo di far naufragare le sue attività disertandole. Lo avevano bollato come libertino, anticlericale e anarchico. Che la sua farina era scaduta o, peggio ancora, che era la “farina del diavolo”. Doveva fargliela pagare. Doveva vendicarsi. Ma come? Uccidendoli tutti. Beh… non proprio tutti tutti.

Si dice che Simone Pianetti sia stato ispirato da Gavrilo Princip, che il 28 giugno del 1914 aveva assassinato l’arciduca Francesco Ferdinando gettando il mondo nel baratro della Prima Guerra Mondiale. Fatto sta che pochi giorni dopo, ed esattamente il 13 luglio del 1914, Simone Pianetti si sedette tranquillo al tavolo della sua abitazione e compilò una lista. Poi uscì di casa portando con se un fucile a tre canne. E uccise sette persone in una mattinata, dalle 9,30 alle 12.30, fra Camerata e San Giovanni Bianco. Un giorno di ordinaria follia. Prima toccò al medico condotto del paese, Domenico Morali, colpevole di avergli curato male il figlio Aristide, morto qualche mese prima. Poi si era recato a cercare il sindaco di Camerata, Cristoforo Manzoni, ma non trovandolo aveva ucciso il segretario comunale, Abramo Giudici, e la figlia Valeria, colpevoli, sempre secondo lui, di avere firmato e caldeggiato l’ordinanza di chiusura del suo locale. In seguito toccò a Giovanni Ghilardi, giudice conciliatore, a don Camillo Filippini, il parroco, a Giovanni Giuppponi, messo comunale, e a Caterina Milesi, una contadina rei, a suo avviso, di essere avversari politici, boiccotattori o debitori. Infine fuggì sui monti che lui ben conosceva per esserci stato un mucchio di volte a caccia. Ed è in questo esatto momento che inizia la sua leggenda di vendicatore solitario, di fiero oppositore del potere precostituito. Nessuno infatti lo trovò più. Da allora sparì nel nulla. Nonostante il dispiegamento di carabinieri, di militari, di guardie forestali e nonostante sia stata messa una taglia su di lui di ben cinque mila lire svanì come una nuvola di fumo. Lo cercarono lungo valli e anfratti, picchi e grotte, pianori e boschi, ma Simone Pianetti sparì.

Simone Pianetti Val Brembana

Le sue  ricerche furono rese ancora più difficili dal fatto che in quei giorni di inizio 900 la Val Brembana venne flagellata da un violento temporale che portò anche della neve sui picchi più alti. Ma dell’omicida non si aveva nessuna notizia. Dissolto. Come neve al sole. Si dice anche che lo Stato non lo abbia catturato apposta per evitare di farne un eroe anarchico visto che il governo italiano meditava di entrare nella Prima Guerra Mondiale. Comunque sia, in totale si parla di circa 300 uomini sulle sue tracce. Tuttavia le uniche notizie certe sono di un suo incontro col figlio Nino alla fine di luglio, pochi giorni dopo avere trucidato quelle sette persone, che gli consigliò di costituirsi. Si incontrarono dalle parti di Ca’ San Marco, vicino alla Valtellina, poi più niente. Due mandriani, Giorgio e Carlo Manzoni, furono anche condannati per avergli dato ospitalità, ma Simone Pianetti continuava a essere inafferrabile. Di lui s’è parlato a più riprese. Avrebbe anche provocato un’aspra polemica fra giornali. C’è chi dice di averlo visto in Sud America, chi di averlo incontrato nelle sue valli dalle quali non si sarebbe mai mosso e chi, come suo figlio Nino,  sostiene che avrebbe vissuto a Milano fino al 1952, data della sua morte. Ma Simone Pianetti è svanito come una nuvola di fumo, appunto. Tanto che, come dicevamo, è entrato a far parte della cultura popolare. E’ diventato un modo di dire dialettale, su di lui hanno scritto diverse canzoni, sono state organizzate delle rievocazioni, hanno fatto trasmissioni radiofoniche e un documentario mandato in onda dalla Rai. Sono stati scritti anche un paio di libri, fra cui uno da un suo pronipote intitolato “Cronaca di una vendetta. La vera storia di Simone Pianetti”. Alla fine degli anni Sessanta la Procura di Bergamo dichiarò prescritto il reato e nel 2017, vale a dire pochi anni fa, Simone Pianetti risultava ancora legalmente in vita, anche se con l’età di 159 anni.

Tuttavia, l’unica verità vera è che il suo corpo non è mai stato ritrovato. “Ora tutto è finito – avrebbe detto al figlio durante l’incontro -. Rassicurate quelli che possono avere dei dubbi, non farò altro male e non mi avranno che cadavere”.

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