LA STAZIONE DI COMO E LE STREGHE

Stazione Como

Nonostante appartengano alla nostra quotidianità, le stazioni ferroviarie sono luoghi ricchi di fascino e in un certo modo anche di mistero. Tutto quel via vai di persone e treni, quelle storie di vita che si intrecciano su di una banchina o su di un vagone non possono lasciare indifferenti. Poi ci sono stazioni che sono veri e propri gioielli architettonici come la Centrale di Milano, inaugurata nel 1931 in pieno Ventennio. Oppure altri piccoli scali di campagna, isolati nel bel mezzo della pianura Padana, magari dotati di un solo binario, che a guardarle sembra quasi che possano trasportare il viaggiatore in un mondo lontano e da favola. Le stazioni ferroviarie sono luoghi dove si va di corsa, dove si passa con la testa presa dai pensieri della giornata, ma se ci si sofferma a osservarle da vicino, e con calma, ecco che possono inaspettatamente svelare storie che vale la pena raccontare. Alla centrale di Milano è possibile per esempio visitare il binario da dove partivano i convogli carichi di ebrei, a Brescia il fabbricato viaggiatori è stato sottoposto a vincolo da parte della Sovrintendenza ai beni architettonici e a Monza, sul binario uno, è possibile visitare la Saletta Reale con tanto di affreschi del Mosè Bianchi dove il re scendeva d’estate quando si recava in Villa Reale. Poi c’è la stazione di Como.



Uno scalo che visto così non dice molto, sembra una stazione come tante altre, frequentata quotidianamente da migliaia di pendolari, ma se doveste trovarvi nell’atrio fate caso al basso rilievo appeso a uno dei muri: è l’ultima testimonianza del convento domenicano che sorgeva al posto dello scalo fino ai primi anni del XIX secolo. Si trattava di una struttura massiccia formata da una chiesa, tre chiostri e una grande biblioteca dedicata a San Giovanni, ma soprattutto era uno dei tribunali dell’Inquisizione più efficienti di tutta la penisola, con una giurisdizione che comprendeva il lago, tutto l’arco alpino fino al confine svizzero e parte della Brianza. E quando scriviamo efficienti, intendiamo dire che fra il XIII e il XVII secolo vennero processate e mandate al rogo più streghe lì, che in tutti gli altri tribunali. Solo l’Inquisizione di Venezia teneva botta. Per il resto, gli inquisitori comaschi si applicavano con tale perizia al loro magistero da far impallidire i colleghi di Salem, il villaggio alle porte di Boston divenuto un caso emblematico grazie a Hollywood.

Stazione di Como
Tra il XIII e il XVII secolo vennero processate e mandate al rogo più streghe nei pressi dell’attuale stazione di Como che in tutti gli altri tribunali dell’Inquisizione.

Incastrata su di un cocuzzolo che domina la città, stretta fra via Innocenzo XI e il monte Croce, la stazione di Como sembra una stazione come tutte le altre. Ma non è così. Per rendersene conto basta osservare da vicino il basso rilievo, accompagnato da una targa, che riproduce sullo sfondo il convento e in primo piano la figura del primo inquisitore della città, Pietro da Verona, noto anche come San Pietro Martire, copatrono di Como assieme a Sant’Abbondio. Va detto che San Pietro Martire ce l’aveva più che altro con gli eretici e in particolare coi Catari, di cui abbiamo raccontato in parte la loro storia in una puntata dedicata alla chiesa di San Eugenio a Concorezzo. Era un tipo tosto, Pietro da Verona, uno che non si faceva intimidire da niente e da nessuno e che proprio per questa fama da duro venne fatto fuori a colpi di roncola a metà del 1200 in un bosco fra Barlassina e Meda mentre stava andando a piedi a Milano. Dopo di lui, tuttavia, quando le donne sole e un po’ strambe, magari esperte di erbe e pozioni, presero il posto dei Catari, sulle valli comasche scese la notte.

Stazione di Como
Le fonti dicono che fra il Quattrocento e il Cinquecento venivano celebrati circa mille processi all’anno.

Una notte buia e profonda rischiarata dai roghi che venivano accesi per bruciare le adoratrici del demonio. Le fonti dicono che fra il Quattrocento e il Cinquecento venivano celebrati circa mille processi all’anno e pare che a un certo punto si scomodò persino l’amministrazione cittadina per dirgli di darsi una calmata. Fra i più attivi spiccano quattro nomi di inquisitori: frate Bernardo Rategno, originario di Schignano, un paesino sopra Como famoso per il suo carnevale, che da solo catturò e fece bruciare più di 300 donne e che durante la sua carriera compilò pure diversi manuali sul modus operandi da tenere durante il processo. Il testo di riferimento per questo tipo di attività pare fosse il Malleus Maleficarum, ovvero il Martello delle Malefiche, ma frate Bernardo scrisse alcuni saggi che, per diffusione, eguagliarono il ben più celebre Malleus. Al suo livello di efficienza, o comunque nelle immediate vicinanze, si erano distinti negli anni successivi altri frati come Lorenzo Solerio, Antonio da Casale e, soprattutto, frate Modesto Scrofeo, detto il “sanguinario”.

La Valtellina era il loro territorio di caccia preferito. Bormio, Chiavenna, Berbenno, Ponte in Valtellina sono solo alcune delle località dove il giudizio della Santa Inquisizione calò con più violenza. Il mito della Valtellina come luogo di sabba e streghe nasce e si consolida proprio in quegli anni. D’altro canto, un popolo che abitava una terra considerata strategica nello scacchiere della guerra dei Trent’anni, e per questo depredata, saccheggiata e infettata dalla peste, a qualcuno doveva pur darla la colpa della sua miseria. E i processi alle streghe si celebravano proprio lì, dove adesso sorge una stazione ferroviaria che assomiglia a molte altre. Interrogatori infiniti, ricatti morali, pressioni psicologiche e ovviamente torture dolorosissime. Il meccanismo che le governava era sempre lo stesso: confessione e delazione. Un circolo infernale che giustificava se stesso e che diventava prova dell’esistenza del maligno e della reale esistenza di una nuova setta di adoratori. Di quel convento domenicano oggi non rimane più nulla.

Stazione di Como
Il ponte Ganda, uno dei simboli di Morbegno e della Valtellina. Era lì che veniva data la caccia alle streghe.

L’Inquisizione cessò formalmente di esistere a Como nel 1782 e il convento domenicano, che ne era stato sede, fu distrutto dalle truppe napoleoniche allo sbando nel 1814. L’ultima strega ad essere arsa in Europa fu Anna Goldi, in Svizzera, guarda caso a pochi chilometri di distanza in linea d’aria dalla Valtellina. Poco prima, ad Ardenno, invece fu uccisa l’ultima strega della Valtellina. Non si conosce il suo nome, la chiamavano la “stria di Pizzalunga”, frazione di Ardenno. Non si era mai sposata, quando non scendeva in città a vendere le sue pozioni, vagava sola nei boschi alla ricerche di erbe e radici. Quando i bambini la vedevano coperta di stracci, la dileggiavano, qualcuno arrivava anche tirargli un sasso, ma il peggio arrivò quando il parroco decise di scomunicarla. Stanco di vedere i suoi parrocchiani recarsi di soppiatto da lei per farsi predire il futuro o per farsi dare un filtro d’amore, la bandì dal consorzio degli uomini. L’ultima strega della Valtellina non morì così sul rogo, ma d’inedia e di freddo in uno dei boschi vicino ad Ardenno.

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2 Comments

  • Un racconto quanto mai coinvolgente di una realtà sottaciuta e sottomessa che anima la geografia dei luoghi, collocando in essi volti e storie che ci danno una consapevolezza “diversa”.

    (Ho cercato il nome dell’autore ….La redazione?)

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