STORIA DEL MOBILE IN BRIANZA [I PARTE]

Storia del mobile Brianza

LA STORIA DEL MOBILE IN BRIANZA È PRESENTATA DA

Storia del Mobile in Brianza

Cuore Cattivo è un bel film noir del 1994. Racconta di una rapina in tabaccheria andata male e di un giovane rapinatore costretto a nascondersi in un appartamento dove vive una ragazza bloccata su di una sedia a rotelle. L’ambientazione è quella di un’assolata e profonda periferia romana e per rendere al meglio quell’atmosfera il regista, Umberto Marino, anche lui originario di Roma, si è affidato a un cast composto da attori romani: Kim Rossi Stuart, Massimo Ghini, Massimo Wertmuller e Ludovica Modugno. Ambientazione romana, regista romano e attori romani. Più o meno a metà film, tuttavia, la telecamera indugia per qualche istante su di un dettaglio singolare: un furgone parcheggiato a bordo strada, un grosso furgone colorato con sopra la scritta “Mobili Brianza”. Quale che sia la ragione che ha spinto il regista a ricorrere a questa citazione sul set di un film noir, una cosa appare abbastanza chiara: la citazione, per quanto piccola, dice molto sulla fama nazionale e internazionale conquistata dai mobilieri brianzoli in oltre due secoli di storia.

Storia del mobile in Brianza
Dall’archivio storico della Camera di Commercio un poster promozionale.

Una storia che a suo modo è anche un romanzo dove, come accade in genere nei bei romanzi, tutto inizia un po’ per caso. Il merito storico di avere fatto scoprire ai brianzoli il legno è di Napoleone Bonaparte. Fra gli ufficiali dell’esercito francese di stanza a Milano nel 1806, infatti, ce ne era uno che aveva un problema: era troppo alto. Il suo nome era Privat, aveva il grado di colonnello, ed era l’aiutante di campo di Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone e nominato da quest’ultimo Viceré d’Italia. Per la precisione, il colonnello Privat era alto due metri e tre centimetri e con quella statura, se da una parte incuteva sicuramente timore ai nemici, dall’altra faceva molta fatica a trovare un letto adeguato. Così, dopo una notte insonne di troppo, decise che era arrivato il momento di risolvere il problema. Nei giorni precedenti aveva sentito dire che a Lissone erano stati eretti alcuni “Alberi della Libertà” intarsiati e addobbati con grande abilità. Mandò a chiamare uno di quei contadini così bravi a lavorare il legno e gli espose il suo problema. Fu così che in Brianza, e per la precisione a Lissone, venne costruito il primo mobile: un letto, appunto.

Quella Brianza dei primi anni dell’Ottocento non aveva niente a che vedere con quella di oggi. Era una terra fatta di aperta campagna, di strade polverose percorse da carretti malandati e di pochi borghi rurali. Inoltre, a differenza del Sud di Milano, dove le numerose sorgenti sotterranee consentivano di coltivare campi e di allevare bestiame, la Brianza era una terra dura e secca. Cereali, gelsi e bachi erano le uniche colture possibili. Poco, troppo poco per permettere ai contadini brianzoli di campare. Serviva un’idea per tirarsi fuori da quella brutta miseria. Serviva un secondo lavoro. Il primo tentativo fu fatto con la tessitura, ma Monza e soprattutto Como, già grossi centri urbani affermati in quel settore, limitavano molto i margini di crescita. Che fare, allora? Lo spunto giusto arrivò proprio dal colonnello Privat, che aveva lautamente ricompensato quel contadino per l’ottimo lavoro svolto. La soluzione, insomma, era il legno. Tanto più che da qualche tempo i nobili milanesi, ma anche quelli stranieri, avevano iniziato a costruire (o ristrutturare) le loro ville di delizia proprio in Brianza. Villa Reale prima di tutte, ma poi anche Villa Gallarati Scotti a Vimercate, Villa Tittoni Travesi a Desio, Villa Pusterla a Limbiate o Villa Taverna a Triuggio. Non si trattava solo di un’idea, ma di una vera e propria opportunità da cogliere al volo, anche se gli inizi non furono ovviamente facili.

I nobili si fidavano di più degli artigiani di città e i contadini brianzoli venivano in genere chiamati per riparazioni o lavoretti da poco. Ma la voce del buon lavoro svolto per quell’ufficiale francese alto come un giocatore di basket aveva iniziato a circolare. La bravura dei brianzoli a produrre mobili cominciò a diventare argomento di discussione in tutti i salotti milanesi e, si sa, in certi frangenti un buon passaparola vale più di mille spot pubblicitari. Fatto sta che nel giro di pochi mesi le cantine, i seminterrati e i magazzini delle abitazioni di mezza Brianza vennero adibiti in tutto o in parte a laboratori e nel giro di pochi anni i contadini brianzoli iniziarono a sentirsi così sicuri del fatto loro quando avevano una pialla in mano che decisero di esporre i loro prodotti a Milano.
A partire dal 1835, più o meno un paio di notti a settimana, caricavano sedie, cassettiere, credenze e tavoli sui carretti e li portavano in piazza Resegone, l’attuale piazza Mentana, a due passi dall’Università Cattolica e dalla Borsa, dando così vita alla madre di tutte le future esposizioni di mobili. Da quel momento, l’ascesa fu inarrestabile. In breve tempo nacquero le prime botteghe artigiane di mobilieri, l’Unità d’Italia favorì la costruzione di nuove strade e ferrovie e, per non disperdere il patrimonio di conoscenze che stavano acquisendo, i neo mobilieri brianzoli fondarono le prime scuole di disegno ed ebanisteria. In particolare, nel 1878 venne fondata a Lissone la scuola serale di disegno ed ebanisteria, che prevedeva due anni comuni a tutti e tre anni di specializzazione. Le lezioni si tenevano dalle 20 alle 22. Alla fine del secolo i contadini di Meda, Lissone, Seregno e Cantù, diventati oramai artigiani di prima categoria, non caricavano più i loro mobili su dei carretti malandati, ma sui carri merci dei treni in partenza da Monza o Milano e diretti verso la Francia, l’Inghilterra, il Medio Oriente e le Americhe. Grosse casse con sopra la scritta “Mobili Brianza” con dentro interi salotti e camere da letto destinati ad arredare le dimore di nobili, industriali e sceicchi.

Storia del Mobile Brianza
In questa immagine di fine Ottocento alcuni giovani allievi della scuola d’ebanisteria di Lissone impegnati in laboratorio.

Negli ultimi anni dell’Ottocento, i mobilieri brianzoli, che avevano iniziato a lavorare il legno quasi per caso, giusto per fare un favore a un colonnello francese troppo alto per entrare in un letto comune, vinsero premi e riconoscimenti alle mostre di Chicago e di Parigi. E l’epicentro di questa esplosione internazionale fu Lissone. Perché se la Brianza è la patria del mobile, Lissone ne è stata senza dubbio la capitale. Una città dove, nella Golden Age del mobile, vale a dire a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, metà della popolazione in età da lavoro faceva mobili, mentre l’alta metà li vendeva o insegnava a farli. Un fenomeno indecifrabile, secondo molto esperti. Quasi un mistero sotto un profilo economico e sociale. Perché è difficile capire come sia stato possibile trasformare una città di migliaia di abitanti in un unico, coordinato ed efficiente centro di produzione di mobili. Difficile, ma non impossibile e nella prossima puntata in uscita lunedì 19 febbraio racconteremo come i lissonesi siano riusciti a compiere questa impresa senza precedenti.

Written By
More from REDAZIONE

PIZZO DI CERNOBBIO

Nel 2014 l’Huffington Post lo classificò come uno dei laghi più belli...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *