STORIA DI VINCENZO PERUGGIA

Vincenzo Peruggia

Cos’è il genio? È intuizione, decisione e velocità di esecuzione. Non sono molti gli esseri umani che corrispondono alla famosa definizione lanciata nell’olimpo delle citazioni cinematografiche dal Perozzi, nel film Amici Miei. In giro ci sono parecchi cialtroni, molte persone normali, qualche mente brillante, ma i geni, quelli veri, sono veramente pochi. Leonardo da Vinci, morto 500 anni fa esatti, il 12 aprile del 1519, appartiene senza dubbio a questa categoria. Ma secondo noi ne fa parte anche l’uomo che una mattina di fine estate del 1911, mentre l’Europa si avvicinava a grandi passi al Primo conflitto mondiale, rubò dal museo del Louvre di Parigi la sua opera più famosa: la Gioconda. Stiamo parlando di Vincenzo Peruggia, nato a Dumenza l’8 ottobre del 1881, in Provincia di Varese. Dumenza è piccolo borgo montano che all’inizio del secolo scorso contava poco più di mille anime.

La valle in cui si trova si chiama val Dumentina, ma per il verde brillante dei suoi prati è anche chiamata valle Smeralda. È un posto bellissimo, dove la sera si sente il fruscio del vento fra gli alberi e il ticchettio della pendola appesa al muro. Ideale per staccare dalla vita frenetica della città, ma dove non ti immagineresti mai possa nascere l’autore di quello che i giornali dell’epoca definirono “il furto del secolo”. Dal punto di vista tecnico, Vincenzo è un pregiudicato, un criminale, ma uno di quei criminali che proprio non riesci a farti stare antipatico. Anzi, dopo avere letto la sua storia pensi che forse non è nemmeno giusto chiamarlo così, perché se osservi da vicino ciò che ha combinato scopri che, forse, assomiglia di più a un artista, che a un criminale: prima che lui la rubasse, la Gioconda era senza dubbio una delle opere d’arte più apprezzate al mondo; dopo, è diventata un mito senza tempo. L’eco mediatica provocata dal suo gesto fu talmente lunga da essere udita anche negli angoli più remoti della terra, trasformando così l’opera di Leonardo in una griffe internazionale.

Vincenzo Peruggia
La Gioconda è rimasta appesa per un paio d’anni in un tinello di Dumenza, provincia di Varese.

La storia del furto del secolo inizia la mattina del 21 agosto, una manciata di minuti prima delle sette. La cronaca del tempo racconta di una Parigi prigioniera di una fastidiosissima cappa di caldo. Peruggia, decoratore e imbianchino con ambizioni artistiche, era arrivato nella capitale francese alla ricerca di lavoro. Non ci aveva impiegato molto a trovarlo. Dopo una manciata di tentativi aveva ottenuto un posto al museo del Louvre e anche una stanza dove dormire non molto lontana. Bella Parigi. Anzi, bellissima. L’Esposizione Universale di inizio secolo, la Belle Epoque, le luci della grande città. Un po’ meno belli, però, erano i parigini, che non smettevano un attimo di prendere in giro gli italiani. “Mangia maccheroni” era l’appellativo più gentile che rivolgevano a Vincenzo, dileggiato anche per il mandolino che suonava con grande maestria non appena aveva un minuto libero. Avrebbe voluto rifilare un paio di sganassoni a quei fanfaroni, Vincenzo, ma il fisico minuto non gli consentiva di ingaggiare risse da bar. Meglio far finta di niente, meglio abbozzare, ma quando fra le mani gli capitò un libro di storia dove si spiegava che la Gioconda era stata rubata da Napoleone durante la campagna d’Italia, non ce la fece più. Fa niente se il fatto non era vero. Vincenzo non poteva sapere che era stato lo stesso Leonardo a portare in Francia il dipinto e che Napoleone aveva sì rubato tante altre cose in Italia, ma non quella. Lui arrivava da un posto sperduto fra le montagne, stretto fra i paesaggi malinconici del lago Maggiore e le vette innevate delle Alpi Svizzere. Ma il genio, proprio perché tale, si nasconde dove meno te lo aspetti e così, quella mattina di fine estate, giunto al colmo della sopportazione, Vincenzo decise che era arrivato il momento di pareggiare i conti con quegli sbruffoni di francesi.

Per agire scelse un lunedì, giorno di chiusura del museo. Superando i blandi controlli della vigilanza entrò nell’edificio prima delle sette di mattina, si diresse velocemente nel Salon Carré, staccò dal muro la Gioconda, staccò la Gioconda dalla cornice ed uscì da una porta di servizio nascondendo il dipinto sotto il cappotto. Intuizione, decisione e velocità d’esecuzione avrebbe senza dubbio commentato il Perozzi. Che se avesse saputo quale altro tiro mancino Vincenzo aveva in serbo, l’avrebbe senza dubbio invitato a Firenze a bere un caffè con tutti gli altri amici suoi. La Sûreté, infatti, presa in contropiede, andò letteralmente in tilt. Le indagini furono confuse e i detective transalpini, non sapendo più che pesci pigliare, finirono per sospettare addirittura di Apollinaire e Picasso. Ma il meglio doveva ancora venire, perché nel corso di una delle centinaia di perquisizioni effettuate nel vano tentativo di recuperare il quadro, passarono al setaccio anche la casa dove alloggiava Vincenzo. La Gioconda era lì, nascosta in un’intercapedine sotto il tavolo della cucina, grande come il dipinto, ma non la trovarono. L’ufficiale che guidava la pattuglia di poliziotti, prima di andarsene, si sedette a quel tavolo, appoggiò il verbale della perquisizione sulla superficie, firmò i documenti e poi se ne andò.

Vincenzo Peruggia
Vincenzo Peruggia immortalato fra due carabinieri reali durante il processo. I giudici lo condannarono a due anni e tre mesi di carcere, poi ridotti a sette mesi.

Un anonimo montanaro lombardo che mette nel sacco la polizia francese. Respiriamo a fondo, prendiamoci qualche secondo e godiamoci il momento. Chi fuma, può anche accendersi una sigaretta. Fatto? Molto bene, allora proseguiamo con la nostra storia. La Gioconda rimase nelle mani di Vincenzo per oltre due anni durante i quali la portò anche a Dumenza, nella sua casa natale in via XX Settembre 29, dove l’appese al muro del tinello. Non provò a venderla. Non ci pensò nemmeno per un minuto. Lui aveva ben altro per la testa. Ogni sera cenava godendosi il silenzio delle sue montagne e quel sorriso enigmatico, fino a che, nel dicembre del 1913, appagata la sua sete di bellezza, decise di contattare un noto antiquario di Firenze. All’esperto chiese di autenticare il quando e di fare da tramite con lo Stato italiano per la restituzione di ciò che Napoleone aveva rubato. In cambio, chiese 500 mila lire per il disturbo e le spese, contro un valore del dipinto che al tempo pare fosse di una decina di milioni. Povero genio, ingenuo e incompreso. Vincenzo cercava gratitudine, ma ad attenderlo trovò solo i carabinieri e i giudici che lo condannarono a due anni e tre mesi di carcere, poi ridotti in appello a sette mesi. Pena mite, ma sufficiente per metterlo ai margini della memoria collettiva di questo paese sempre troppo provinciale.

Riflettiamoci un istante: quello di Vincenzo non fu un furto, ma a suo modo fu un’opera d’arte. Se infatti la Gioconda è diventata un oggetto di culto non solo della cultura alta, vale a dire quella dei salotti nobiliari e degli esperti col monocolo, ma anche di quella bassa, è stato grazie a Vincenzo. Col suo colpo fuori da ogni schema e logica, ha fatto conoscere a tutti l’esistenza della Gioconda, la sua bellezza, la sua magia. Sempre lui, ha poi ispirato la figura letteraria del ladro d’arte e infine è stato ancora una volta grazie a lui se in quel lontano 1913, prima che il dipinto venisse restituito alla Francia, migliaia di italiani poterono ammirare coi loro occhi l’opera d’arte di Leonardo. I giornali dell’epoca raccontano che dopo essere stata esposta a Firenze e a Roma, la Gioconda arrivò a Milano il 29 dicembre alle 7.10 e che subito dopo, sotto un cielo cupo e tenebroso, venne portata in auto in Brera. Per evitare disordini, la Prefettura decise di organizzare tre turni di visita. Uno per esperti e autorità, uno a pagamento (costo: una lira) e infine quello gratuito. Nonostante il grande spiegamento di forze dell’ordine non fu possibile evitare disordini. Una massa inquieta, impaziente e ondeggiante si riversò nelle vie di Brera. Bambini smarriti, abiti lacerati, donne colte da deliquio, pugni e spintoni. Alla fine, le visite saranno 60 mila in due giorni, al termine dei quali la Gioconda tornò a Parigi.

Vincenzo Peruggia
Dumenza, via XX Settembre 29, la casa natale di Vincenzo Peruggia. Qui Vincenzo custodì il celebre dipinto tenendolo appeso al muro del tinello.

Vincenzo, invece, dopo avere scontato la sua pena, tornò a fare quello che aveva sempre fatto: l’imbianchino e il decoratore con una grande passione per l’arte. L’Italia se lo è dimenticato e quando ha deciso di ricordarlo con delle fiction tv forse avrebbe fatto meglio a lasciar perdere. Raccontare la sua storia facendolo passare come un ladro, ubriacone e mezzo debosciato significa non avere capito niente di un uomo che ha trascorso due anni e mezzo della sua vita nutrendo spirito e anima ammirando uno dei dipinti più belli del mondo. In Francia, al contrario, hanno sfruttato la sua immagine per fare soldi: nel 2012, a Parigi, la sua foto segnaletica è stata messa all’asta per 1800 euro. Dopo il colpo del secolo Vincenzo si sposò, ebbe una figlia, combatté nella Prima guerra mondiale e morì l’8 ottobre del 1925, giorno del suo compleanno, colpito da infarto. Pare che nemmeno la figlia, anche lei passata a miglior vita pochi anni fa, sapesse dove è stato seppellito. Questo è un vero peccato. Vincenzo non rubò niente altro. D’altro canto, non era un ladro, ma un genio.

Vincenzo Peruggia
Vincenzo Peruggia col suo inseparabile mandolino.
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